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Hamas nelle profezie bibliche?

Nota tecnica. Per un inconveniente informatico della piattaforma, che al momento non siamo riusciti a correggere, le parole ebraiche e arabe, una volta caricate nel blog, possono comparire con orientamento grafico invertito secondo la direzione occidentale da sinistra a destra, invece che nel corretto andamento da destra a sinistra proprio della lingua ebraica. Si tratta di un’anomalia puramente visuale, che non incide in alcun modo sul contenuto filologico dell’analisi.

La finalità di questo articolo non è ricostruire la storia di Hamas né ripercorrere l’evoluzione del conflitto in corso. Su questi aspetti esiste già un materiale abbondante e facilmente accessibile, e se ne discute regolarmente anche nei nostri canali Telegram. Qui l’intento è diverso: sondare la domanda implicita nel titolo, interrogando la parola stessa «Hamas» e ciò che potrebbe celarsi dietro la sua forma linguistica, per poi valutare se nelle Scritture vi siano coordinate che illuminino, almeno in parte, il nostro presente.

1. Cos’è Hamas

Hamas è l’acronimo di Ḥarakat al-Muqāwama al-Islāmiyya (حركة المقاومة الاسلامية‎), «Movimento Islamico di Resistenza». Alla sigla si affianca il significato del termine arabo «ḥamās» (حماس), che nel lessico comune indica «entusiasmo, zelo, ardore combattente»: una parola che evoca slancio, fervore morale, dedizione militante.

Ora, poiché l’esperienza insegna che nel gioco delle potenze nulla è mai ciò che appare, è opportuno ricordare due fatti ampiamente documentati:

  • Hamas fu finanziata da Israele negli anni Ottanta allo scopo di indebolire l’OLP e rimuovere progressivamente dalla scena politica l’odiato Arafat [QUI];

  • alcune componenti delle forze armate israeliane risultano coinvolte nell’attacco di Hamas contro la popolazione ebraica [QUI]

Partendo da tali premesse — e da ciò che sappiamo del funzionamento interno dei servizi di intelligence, i quali da sempre impiegano simboli, parole e inversioni semantiche come strumenti operativi — ho iniziato a chiedermi se la parola «Hamas» nasconda qualcosa di più di un semplice acronimo arabo.

2. Il doppio codice nascosto nel nome «Hamas»

Nell’ebraico biblico esiste un vocabolo la cui pronuncia antica è quasi identica a quella dell’arabo ḥamās: il sostantivo ḥāmās (חָמָס), appartenente alla radice trilittera ḥ-m-s (ח־מ־ס), attestata anche nel verbo ḥāmas (חָמַס). La prossimità fonetica era ancora più marcata nella pronuncia antica, quando l’ebraica ḥet (ח) conservava verosimilmente un’articolazione faringale simile all’araba ḥāʾ (ح); nell’ebraico moderno essa è invece pronunciata prevalentemente /χ/.

Il sostantivo ḥāmās significa «violenza, sopruso, oppressione, ingiustizia». In Genesi 6,11.13 descrive la terra antidiluviana come corrotta e colma di una violenza ormai sistemica: non una successione occasionale di delitti, ma il sopruso elevato a principio dell’ordine sociale. Il verbo ḥāmas appartiene al medesimo campo semantico: «usare violenza, opprimere, depredare, fare torto». Entrambe le forme possiedono una connotazione etica inequivocabilmente negativa.

In arabo, invece, ḥamās (حَمَاس) significa «zelo, ardore, fervore». Il nome dell’organizzazione non è una sequenza casuale: costituisce l’acronimo costruito a partire da Ḥarakat al-Muqāwamah al-Islāmiyyah, «Movimento della resistenza islamica», e vocalizzato deliberatamente affinché coincidesse con una parola araba dotata di forte capacità mobilitante. Il primo livello dell’operazione semantica è dunque certo: il nome doveva evocare energia, dedizione e fervore combattente.

Qui emerge il secondo livello. Non siamo dinanzi a due termini etimologicamente sovrapponibili né a contrari in senso lessicografico stretto, ma a due vocaboli semitici quasi omofoni investiti di una polarità morale antitetica. Per l’ascoltatore arabofono ḥamās può funzionare come autodefinizione eroica; per l’orecchio ebraico ḥāmās risuona come la denominazione biblica della violenza corrotta che precede il giudizio divino. Il medesimo involucro fonico proclama quindi «zelo» nella lingua dell’autodefinizione e «violenza» nella lingua dell’avversario.

La psicolinguistica insegna che un nome non viene ricevuto come un contenitore neutro. Esso produce priming, richiama memorie culturali, attiva emozioni e orienta il giudizio prima ancora che intervenga la riflessione razionale. Se il medesimo suono genera associazioni opposte presso due comunità linguistiche, il nome acquista una funzione performativa: comunica un’identità a un pubblico e ne suggerisce simultaneamente un’altra al pubblico antagonista.

È ciò che potremmo definire semiotica inversa o, più precisamente, semiotica bifronte: un unico segno presenta una faccia nobilitante e una infamante, una essoterica e una esoterica, distribuendo significati differenti secondo il codice culturale del destinatario. Tale struttura appartiene tanto alle tecniche dell’intelligence quanto ai sistemi simbolici iniziatici, nei quali il nome non serve soltanto a denominare, ma anche a velare, prefigurare e dirigere.

L’eventuale assenza di una comune derivazione etimologica non indebolisce questa funzione. Le operazioni semiotiche non agiscono sulla genealogia remota delle parole, ma sulla loro ricezione presente. L’intelligence, inoltre, non ha bisogno di inventare un simbolo dall’origine: le basta riconoscerlo, appropriarsene e attivarne le potenzialità. Anche una consonanza inizialmente fortuita può essere trasformata in dispositivo strategico. La differenza tra coincidenza e indizio non risiede nella forma isolata del segno, ma nel contesto operativo entro cui esso viene impiegato.

Ed è precisamente il contesto storico a rendere l’ambivalenza sospetta. Nel 1986 David K. Shipler riferì che il governatore militare israeliano di Gaza, Yitzhak Segev, gli aveva dichiarato di aver finanziato il movimento islamista come contrappeso all’OLP e ai comunisti, utilizzando fondi assegnati dal governo israeliano (Arab and Jew). Nel 2009 Avner Cohen, già responsabile israeliano degli affari religiosi a Gaza, sintetizzò quella politica con parole ancora più esplicite: «Hamas, con mio grande rammarico, è una creazione di Israele». Cohen spiegò che Israele aveva tollerato e talvolta incoraggiato gli islamisti di Aḥmad Yāsīn per indebolire i nazionalisti palestinesi laici (Wall Street Journal).

Queste testimonianze non descrivono una semplice passività, ma una strategia di finanziamento, legittimazione e rafforzamento dell’ambiente islamista dal quale Hamas sarebbe emerso. Esse non attribuiscono automaticamente agli apparati israeliani la coniazione del nome, ma compiono qualcosa di metodologicamente decisivo: sottraggono la coincidenza linguistica al vuoto e la collocano dentro una politica documentata di costruzione del «nemico utile». Nell’analisi d’intelligence, nessun indizio isolato sostiene l’intero peso della dimostrazione; è la convergenza tra linguaggio, finanziamenti, interessi ed effetti strategici a conferire consistenza all’ipotesi.

Il soggetto storico di simili operazioni non può essere identificato genericamente con un popolo o con una religione, ma con centri di potere determinabili: settori degli apparati israeliani, correnti radicali del sionismo politico e, dove emergano riscontri documentali, reti transnazionali ed esoterico-massoniche intrecciate con tali ambienti. La generalizzazione etnica dissolverebbe le responsabilità; l’identificazione delle strutture, degli uomini, dei finanziamenti e degli obiettivi consente invece di ricostruire la catena operativa.

In questa cornice, l’impiego del radicalismo islamista come manovalanza conflittuale non appare affatto implausibile. Esso corrisponde alla logica del «nemico utile»: un soggetto favorito nella fase nascente, indirizzato contro un avversario prioritario, lasciato crescere finché produce la polarizzazione desiderata e infine additato come minaccia assoluta. Non occorre che i due antagonisti condividano un’ideologia; è sufficiente che la violenza dell’uno renda politicamente praticabili gli obiettivi dell’altro.

È il paradigma della guerra cognitiva: il nemico non viene soltanto finanziato, infiltrato o tollerato, ma costruito narrativamente. Il nome, l’iconografia e il fanatismo concorrono a formare una figura capace di suscitare paura, disciplinare il consenso e legittimare nuove architetture securitarie. Le parole cessano così di essere semplici designazioni e diventano armi semiotiche, incaricate di predisporre le reazioni collettive prima ancora che gli eventi abbiano dispiegato tutte le loro conseguenze.

All’interno di simili strategie non possono essere escluse per principio provocazioni controllate o operazioni false flag, persino contro la popolazione che gli apparati dichiarano di proteggere. La dinamica è quella sintetizzata nella sequenza «Azione → Reazione → Soluzione»: si produce o si lascia maturare la crisi, si orienta la risposta emotiva delle masse e si presenta infine come inevitabile una soluzione che, in condizioni ordinarie, sarebbe stata respinta.

Lo stesso schema sembra affiorare nel teatro mediorientale. Come potrebbe essere accettato un accordo di pace sovranazionale senza una crisi abbastanza vasta da renderlo indispensabile?

3. Hamas nella Bibbia

Nel paesaggio lessicale dell’Antico Testamento, il termine ḥāmās emerge come una nota cupa che attraversa i secoli: una parola breve, aspra, ma capace di condensare l’idea di violenza, sopruso e disordine morale. Non stupisce, dunque, che essa ricorra in momenti decisivi della narrazione biblica, come se la Scrittura stessa, in un paziente lavoro di memoria teologica, avesse voluto inscrivere nel suo vocabolario il marchio della corruzione che precede sempre il giudizio.

Le occorrenze sono numerose. Eccone alcune fra le più significative.

A. Genesi 6,11-13

Or la terra era corrotta davanti a Dio; la terra era piena di violenza [Hamas]. Dio guardò la terra; ed ecco, era corrotta, poiché tutti erano diventati corrotti sulla terra. Allora Dio disse a Noè: «Nei miei decreti, la fine di ogni essere vivente è giunta poiché la terra, a causa degli uomini, è piena di violenza [Hamas]; ecco, io li distruggerò, insieme con la terra.

B. Genesi 16,5

Sarai disse ad Abramo: «L’offesa [Hamas] fatta a me ricada su di te! Io ti ho dato la mia serva in seno e, da quando si è accorta d’essere incinta, mi guarda con disprezzo. Il SIGNORE sia giudice fra me e te».

C. Genesi 49,5

Simeone e Levi sono fratelli: le loro spade sono strumenti di violenza [Hamas].

D. Salmo 7,16

La sua perversità ritornerà sul suo stesso capo, e la sua violenza [Hamas] gli cadrà sulla sommità del capo.

E. Salmo 140,1

Liberami, o Eterno, dagli uomini malvagi; proteggimi dagli uomini violenti [Hamas]

Nelle Scritture, dunque, il termine non definisce semplicemente un atto crudele: è la cifra morale di un’umanità in rivolta contro l’ordine divino. Una macchia che contamina i popoli, corrode le città, e richiama — come un richiamo funebre — l’approssimarsi del giudizio.

4. Profezie bibliche su Gaza e il Medio Oriente

Fra le molte voci profetiche che costellano l’Antico Testamento, il capitolo 25 di Geremia si impone come una delle pagine più solenni e inquietanti: una sorta di mappa giudiziaria del mondo antico, nella quale il profeta elenca, uno dopo l’altro, i popoli che dovranno bere la coppa dell’ira divina.

Essa comprende tutto: Israele, le nazioni limitrofe, e perfino Babilonia — di cui il suo re, Nabucodonosor, viene chiamato «servitore di Dio», strumento inconsapevole di un disegno più grande (Gr 25,9). L’intero Vicino Oriente appare così collocato sotto un unico cielo tempestoso, carico della sentenza di Dio.

A. La coppa dell’ira di Dio in Geremia e Apocalisse

La metafora della «coppa dell’ira» domina la scena. In Geremia 25,15-27, essa è nelle mani del profeta, che la porge alle nazioni come un calice inesorabile: chi la riceve non può rifiutarsi di bere. È il simbolo di un giudizio che discende dall’alto, che non può essere eluso né rimandato.

Questo stesso simbolo, potente e terribile, riemerge con vigore nell’Apocalisse:

Seguì un terzo angelo, dicendo a gran voce: «Chiunque adora la bestia e la sua immagine, e ne prende il marchio sulla fronte o sulla mano, egli pure berrà il vino dell’ira di Dio versato puro nel calice della sua ira; e sarà tormentato con fuoco e zolfo davanti ai santi angeli e davanti all’Agnello» (Ap 19:9, 10)

Poi udii una gran voce dal tempio che diceva ai sette angeli: “Andate e versate sulla terra le sette coppe dell’ira di Dio(Ap 16:1)

Poi uno dei sette angeli che avevano le sette coppe venne e mi parlò, dicendo: “Vieni, io ti mostrerò il giudizio della grande prostituta, che siede su molte acque (Ap 17:1)

La connessione fra Geremia e Giovanni non è puramente evocativa: è un filo rosso che attraversa i secoli e lega la storia antica al compimento escatologico. Rimando l’analisi dettagliata a future ricerche, per tornare alla scena di Geremia.

Il profeta, obbedendo al comando divino, distribuisce il calice alle nazioni: la lista è precisa, geografica, quasi cartografica.

Prima Gerusalemme e le città di Giuda; poi i regni confinanti — dall’Egitto fino a Gaza (Gr 25,20) — e infine le potenze settentrionali, che corrispondono agli odierni territori di Ucraina, Turchia, Russia (Gr 25,26).

La profezia, che ha già conosciuto un adempimento antico, attende ancora il suo compimento finale. E annuncia un Medio Oriente incendiato dalla storia ancor prima dell’ultima, grande battaglia evocata come Harmaghedon.

B. Gaza e la Palestina

Fra le nazioni che devono bere il calice, Geremia 25,20-21 nomina città che ancora oggi risuonano nel dibattito geopolitico:

  • Ascalon,
  • Gaza,
  • Ecron,
  • Asdod,
  • Edom,
  • Moab.

Queste erano le principali città dei Filistei, insediate proprio in quel territorio che coincide con l’odierna Palestina. Oggi quelle aree sono sotto il controllo israeliano; ma l’antico profilo geografico getta un’ombra lunga sulle tensioni contemporanee.

Ci si può dunque domandare, senza forzare il testo, se un mutamento politico futuro — forse legato a un accordo di pace globale (1 Te 5,3) — possa restituire ai palestinesi il dominio su queste terre, come un ciclo storico che ritorna.

La Scrittura, tuttavia, preannuncia prima un giudizio.

Così parla il SIGNORE: «Per tre misfatti di Gaza, anzi per quattro, io non revocherò la mia sentenza, perché hanno deportato intere popolazioni per metterle in mano a Edom. Io manderò dentro le mura di Gaza un fuoco che ne divorerà i palazzi; annienterò ogni abitante di Asdod e colui che tiene lo scettro ad Ascalon; rivolgerò la mano contro Ecron e il resto dei Filistei perirà», dice Dio, il SIGNORE (Amos 1:6-8)

E in questi giorni — mentre osserviamo i palazzi di Gaza rasi al suolo dai bombardamenti — la profezia sembra vibrare di una forza antica, come se il giudizio pronunciato secoli fa trovasse eco nell’orrore attuale.

5. Una buona notizia

Eppure, dentro questo scenario cupo, la Bibbia non lascia l’ultima parola al giudizio. Vi è una nota luminosa, un contrappunto di speranza che Isaia 60 consegna all’attesa del mondo futuro: anche qui compare il termine ḥāmās, ma trasfigurato, negato, cancellato.

Non si udrà più parlare di violenza [Hamas] nel tuo paese, di devastazione e di rovina entro i tuoi confini; ma chiamerai le tue mura: Salvezza, e le tue porte: Lode. Non più il sole sarà la tua luce, nel giorno; e non più la luna t’illuminerà con il suo chiarore; ma il SIGNORE sarà la tua luce perenne, il tuo Dio sarà la tua gloria. Il tuo sole non tramonterà più, la tua luna non si oscurerà più; poiché il SIGNORE sarà la tua luce perenne, i giorni del tuo lutto saranno finiti (Is 60:18-20)

Il contrasto è potente: la parola del giudizio diventa la parola della restaurazione.

Il termine che definiva l’ingiustizia dei popoli diventa simbolo della sua abolizione definitiva nel regno del Messia.

In questi giorni, mentre le immagini di Gaza e del Medio Oriente ci feriscono profondamente, la Scrittura invita a una duplice postura: pregare per chi governa (1 Ti 2:1-3) e intercedere per la pace di Gerusalemme (Sl 122:6).

Ma essa annuncia anche un giorno in cui Cristo tornerà per radunare i suoi sulle nuvole [QUI], al suono dell’ultima tromba (Mt 24,30-31; 1 Co 15,52), quando il regno passerà al Signore e al suo Cristo (Ap 11,15).

E dopo il millennio promesso, la «Gerusalemme celeste» (Gal 4,25-26; Ap 21,1-4.10) discenderà dall’alto, inaugurando una creazione nuova in cui abita la giustizia (2 Pt 3,13).

Ora, fratelli, circa la venuta del Signore nostro Gesù Cristo e il nostro incontro con lui, [ossia l’incontro di 1Tessalonicesi 4:17] vi preghiamo di non lasciarvi così presto sconvolgere la mente, né turbare sia da pretese ispirazioni, sia da discorsi, sia da qualche lettera data come nostra, come se il giorno del Signore fosse già presente. Nessuno vi inganni in alcun modo; poiché quel giorno non verrà se prima non sia venuta l’apostasia e non sia stato manifestato l’uomo del peccato, il figlio della perdizione, l’avversario, colui che s’innalza sopra tutto ciò che è chiamato Dio od oggetto di culto; fino al punto da porsi a sedere nel tempio di Dio, mostrando se stesso e proclamandosi Dio. (2 Tessalonicesi 2:1-4)

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2 Commenti

  1. Secondo Padre Livio di Radio Maria l’antiCristo potrebbe essere Zio Vladimir. Ascoltando, per quanto possibile resistere in ascolto, le sue analisi, basate sulla nostra carta igienica mainstream, vedono Putin che invade Roma e sostituisce il Papa con un Pope. Personalmente penso che in caso di guerra l’Italia durerà i 3 o 4 minuti necessari per l’arrivo dei missili sulle 120 basi USA in Italia.

  2. Buongiorno chiedo cortesemente se c’è la possibilità di essere riammesso ai commenti nella chat dei gruppi telegram ero stato espulso tempo fa dai gruppi per commenti inappropriati vorrei chiedere scusa e se possibile essere reinserito nei gruppi ed avere la possibilità di condividere i miei commenti con voi. Verde Sebastiano Grazie per la vostra risposta qualunque essa sarà.

I commenti sono chiusi.