18 Aprile 2024

© by Filippo Chinnici

 

Si è appena concluso il vertice tra il Primo ministro israeliano, Benjamin (“Bibi”) Netanyahu, e il presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni, e i media da me consultati, sia italiani che israeliani, usano toni trionfalistici soffermandosi tutti sugli stessi punti.

In sintesi, sono fondamentalmente tre i punti di cui hanno parlato:

  1. Israele mette a disposizione dell’Italia le proprie competenze e abilità (preferisco l’italiano all’inglese know-how) per aiutare l’Italia a risolvere la crisi idrica;
  2. Israele propone all’Italia di porsi come centro di smistamento (preferisco l’italiano all’inglese hub) per esportare gas liquefatto in Europa. Questo significa che l’Italia avrà diritto a una percentuale sul tutto il gas acquistato dai Paesi europei che transita sul territorio italiano;
  3. Israele mette a disposizione dell’Italia le proprie competenze e abilità (piuttosto che know-how) per aiutare l’Italia a inserirsi nelle nuove tecnologie come sviluppo dell’intelligenza artificiale, la cibernetica, la cybersicurezza e la tecnologia applicata all’agricoltura.

Tutti questi punti, come si vede nel video della conferenza stampa, sono stati annunciati con tanto di sorrisini e ammiccamenti (soprattutto la Meloni) sinceramente un tantino imbarazzanti per due capi di governo.

Ora, ascoltando le dichiarazioni dei due burattini dei Rockefeller e i punti annunciati in conferenza stampa, ti chiedi subito dove sia la truffa. Perché o Netanyahu è arrivato in Italia con le renne sbagliando data credendo che fosse il 25 Dicembre oppure qui c’è qualcosa che non torna. Perché mai Netanyahu dovrebbe essere così magnanimo e generoso con l’Italia? Non può non colpire che si tratta di una serie di dichiarazioni a senso unico. Possibile che Netanyahu non chieda nulla in cambio? Dov’è l’inganno? Però, a questa domanda cercheremo di rispondere più avanti perché prima voglio mostrarvi una foto che (per quel che mi risulta) non è circolata tra i media italiani e che invece voglio rendere pubblica.

Si tratta della foto tra il Primo ministro israeliano insieme a coloro i quali in Israele sono stati definiti “gli amministratori delegati delle 50 maggiori aziende italiane”. Attenzione: Le cinquanta maggiori aziende italiane… senza specificare il settore. Mi dispiace per la cinquantunesima azienda che non è riuscita ad entrarci per poco.

1. I problemi di Netanyahu

Netanyahu è – in un casuale paradosso -, il primo ministro più longevo nella storia d’Israele e nel contempo il governo più debole, a causa di massicce proteste di una larga fetta della popolazione in merito alla riforma della giustizia che rischiano di sfociare in una guerra civile. La questione è relativa alla riforma della giustizia proposta dall’esecutivo guidato da Netanyahu che in pratica va contro e scardina le Leggi fondamentali della Nazione che sono come la Costituzione per noi. Israele non ha un organico testo costituzionale, ma una pluralità di “leggi fondamentali” da cui il Paese è governato. In pratica la riforma della giustizia di questo esecutivo, pretende che sia la coalizione di governo a nominare i giudici, e vieta alla Corte Suprema di interferire. Questo significherebbe porre fine alla democrazia e spalancare le porte a un regime autoritario, se non quasi teocratico, a cui mirerebbe Netanyahu data la sua alleanza con i kahanisti in seguito all’ingresso nella Knesset del Partito dei Sionisti, terza forza politica per numero di deputati (14 su 120).

L’intensità delle proteste contro Netanyahu è aumentata proprio negli ultimi giorni, raggiungendo il culmine mercoledì scorso, quando la polizia ha sparato granate stordenti contro i manifestanti e ci sono stati violenti scontri. Oltre ai veterani di guerra che si sono schierati con il popolo nelle proteste contro Netanyahu, domenica si è aggiunto anche personale delle Forze Armate. Trentasette piloti dell’aeronautica israeliana hanno dichiarato che non si sarebbero presentati a una giornata di addestramento prevista per il prossimo mercoledì per “dedicare il proprio tempo al dialogo e alla riflessione, per il bene della democrazia e dell’unità nazionale”. E questo è un gesto di protesta senza precedenti in Israele.

Le proteste in Israele sono talmente forti che ieri, quando il premier israeliano doveva recarsi in aeroporto per prendere il volo per Roma, è stato costretto a usare l’elicottero perché tutte le strade erano bloccate dai manifestanti (QUI)

E le cose non sono andate affatto bene nemmeno in Italia, perché Netanyahu a Roma ha ricevuto un’accoglienza da parte della comunità ebraica che definire “glaciale” è solo un eufemismo.

Addirittura diverse centinaia di ebrei italiani si sono riuniti fuori i palazzi romani al grido di: Vergogna! Vergogna! Vergogna!

 

Per non parlare delle strade che sono state tappezzate con poster con su scritto: “Netanyahu Roma non ti vuole”.

Naturalmente tutto questo è accaduto tra il silenzio assordante dei media occidentali, inclusi italiani, che non hanno aperto bocca.

 

2. La comunità ebraica italiana

Durante la sua permanenza a Roma, Netanyahu si è recato, come da rito, alla Sinagoga spagnola, nei sotterranei del Tempio Maggiore; ma anche qui è stato accolto gelidamente. Il rabbino capo della comunità, ha fatto un discorso in cui ha criticato la prevista riforma della giustizia che vorrebbe attuare l’attuale governo israeliano, così come ha criticato pure la violenza dei coloni e la divisione sociale che si è venuta a creare nel Paese.

Sulla stessa linea è stato anche l’intervento di Noemi Segni, la presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (che hanno un’intesa con lo Stato italiano) la quale ha criticato il premier israeliano secondo cui, appoggiando le violenze contro gli arabi e altre minoranze in nome dell’identità ebraica, rende “impossibile” essere orgogliosi di essere ebrei o israeliani. “L’orgoglio che abbiamo verso le istituzioni israeliane deve continuare” – ha detto la Segni. (QUI)

Parole molto forti pronunciate in faccia al premier israeliano che le ha ascoltate senza battere ciglio. Secondo il corrispondente del quotidiano ebraico Haaretz, Uri Misgava, all’incontro con Netanyahu nella sinagoga centrale di Roma sono venute così poche persone che l’incontro è stato trasferito in una piccola stanzetta all’interno della sinagoga, e persino lì è scoppiata una rissa tra sostenitori e oppositori di Netanyahu.

Naturalmente anche di tutto questo nessuno dice nulla. Silenzio assoluto dei media.

 

 

Veniamo, però, a quello che, secondo me, è il punto più importante. E, cioè, quali sono stati i veri contenuti del dialogo privato tra Giorgia Meloni e Benjamin Netanyahu?

3. I veri temi dell’incontro?

Conoscendo un pochino come funzionano certe dinamiche, sono personalmente convinto che i veri argomenti affrontati siano proprio quelli di cui i protagonisti NON hanno fatto cenno nella conferenza stampa. E così, limitandomi a due congetture, secondo me i primi due punti nell’agenda del premier israeliano sono stati i seguenti:

  1. Il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele e, quindi, conseguente trasferimento dell’ambasciata italiana da Tel Aviv a Gerusalemme cosa che peraltro pare si appresti a fare anche l’Ungheria dopo gli Stati Uniti d’America; (QUI)
  2. Il sostegno dell’Italia a Israele, in sede Europea e anche all’ONU, in vista di un eventuale bombardamento all’Iran considerato che secondo Israele sarebbe ormai in procinto di costruirsi autonomamente l’atomica.

In conclusione, sono del parere che il tanto strombazzato successo di questo incontro raccontato dai media non ci sia stato. La verità è che si sono incontrati due premier deboli, sostenuti, sì, dalla dinastia Rockefeller, ma che non godono del sostegno dei loro rispettivi cittadini.

Questo è il motivo per cui la Meloni non cederà alle pressioni di Netanyahu, anche perché l’Italia ha urgente bisogno di sovvenzioni dell’UE per ripristinare l’economia di un Paese al collasso, per cui litigare adesso con Bruxelles sarebbe inappropriato, sempre ammesso che quei soldi non siano bloccati per altre ragioni.

Quanto poi ai proclami di esportazione di gas israeliano in Europa attraverso Italia, li ritengo altamente improbabili, perlomeno a breve termine, perché richiede la costruzione di un gasdotto nel Mediterraneo orientale attraverso le acque territoriali di Cipro, Grecia e (forse) Turchia e Libia prima di giungere in Italia. Sebbene il progetto sia stato già iniziato, è rimasto bloccato non solo perché viola gli accordi di Parigi ma anche perché sia la Libia che la Turchia non ci stanno a rimanere fuori dall’accordo e reclamano la territorialità di quelle acque minacciando una guerra con la Grecia. E un conflitto armato tra Grecia e Turchia coinvolgerebbe la NATO e in breve tempo rischierebbe di incendiare tutta l’area. Insomma, fumo negli occhi come il famoso ponte sullo “stretto” che da oltre cinquant’anni deve essere costruito per unire la Sicilia al resto d’Italia.

Lo ripeto i veri motivi di questo incontro, secondo me, sono stati ben altri e non sono stati resi noti dai due premier e forse nemmeno in questo articolo.

 

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