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Se cade l’Iran cade anche il mondo multipolare

Non so quanti, oggi, si stiano soffermando davvero sulla direzione in cui sta ruotando il Golfo Persico. La dichiarazione congiunta di Cina e Pakistan sulla crisi iraniana è stata letta da molti come un testo prudente, quasi privo di apparente incisività. Eppure proprio questa cautela merita attenzione. In geopolitica, infatti, la prudenza non coincide sempre con la debolezza: talvolta è il linguaggio con cui una potenza segnala che il terreno è troppo instabile per essere affidato a mediatori poco affidabili e troppo delicato per essere consegnato alla propaganda.

Qui, probabilmente, si colloca il nodo principale. Teheran non sembra attribuire sufficiente credibilità né al cosiddetto «Quad musulmano» — Pakistan, Turchia, Arabia Saudita ed Egitto — né a mediazioni indirette o ambigue. E non è difficile comprenderne le ragioni. Troppi attori coinvolti restano legati, in forme diverse, all’orbita strategica statunitense; altri si muovono fra ambizioni regionali, convenienze tattiche e doppiezze strutturali. Agli occhi dell’Iran, una garanzia appare solida soltanto se proviene da una potenza dotata di peso economico, massa strategica e reale interesse alla stabilizzazione. Non una semplice formula diplomatica, dunque, ma una copertura di potenza. In questa luce, le garanzie cinesi acquistano un rilievo particolare.

Nel frattempo, il Consiglio di Cooperazione del Golfo mostra fratture sempre più evidenti. Il Pakistan prova a ritagliarsi un proprio dividendo strategico fra Hormuz, Gwadar e il progetto del gasdotto con l’Iran, mentre Washington continua a muoversi secondo una logica ben nota alle potenze marittime: ostacolare la saldatura organica dello spazio eurasiatico, alimentando fratture fra Persiani, Arabi, Turchi e Curdi. Ma anche qui occorre andare oltre la superficie: l’Iran non è soltanto un attore da contenere; è anche una cerniera strategica che altri hanno interesse a interrompere. E tale continuità non è soltanto territoriale: è anche energetica, logistica e, in misura crescente, valutaria, poiché attorno ai corridoi che attraversano o sfiorano l’Iran si misura anche la possibilità di scambi meno dipendenti dal dollaro.

È questo, in fondo, il punto decisivo. L’Iran non è soltanto un teatro di guerra, né un semplice contenzioso sul programma nucleare, né una potenza regionale assediata. È un cardine geoeconomico: una cerniera territoriale, energetica e infrastrutturale che connette in modo privilegiato la Russia, l’Asia centrale e meridionale, il Golfo e il Vicino Oriente, con proiezioni verso l’Europa e l’Africa. Colpire l’Iran o svuotarne la funzione strategica non significa colpire soltanto Teheran; significa compromettere una possibile architettura di connessioni alternative, cioè la possibilità che l’Eurasia si integri senza restare interamente subordinata al controllo occidentale. In questo senso, la guerra non investe soltanto lo spazio dei corridoi, ma anche il quadro valutario che li sostiene: energia, trasporti e valute di regolamento stanno diventando sempre più inseparabili.

Per questo ridurre la questione iraniana a una crisi regionale mi sembra un errore analitico serio. Non perché la dimensione regionale sia secondaria, ma perché da sola non basta a spiegare la vera posta in gioco. Si possono descrivere con precisione i movimenti tattici, le oscillazioni dei mercati energetici, le rivalità settarie e nazionali; ma se non si coglie il ruolo strutturale dell’Iran nello spazio eurasiatico, l’analisi rischia di restare incompleta. E quando il quadro è incompleto, anche conclusioni intelligenti possono risultare parziali. Lo stesso vale per una lettura esclusivamente energetica: perfino la cosiddetta indipendenza energetica degli Stati Uniti, spesso evocata in modo semplificato, non elimina affatto le interdipendenze reali del sistema petrolifero, della raffinazione e dei prodotti raffinati, né rende irrilevante la stabilità del Golfo.

La domanda, allora, non è soltanto chi vinca o chi perda sul piano militare immediato. La domanda più profonda è quale configurazione dell’ordine internazionale possa emergere da questa crisi. Se l’Iran resiste, sopravvive e si rafforza, resta aperta la possibilità concreta di una transizione multipolare. Se invece viene piegato, disarticolato o privato della sua funzione di snodo geoeconomico, non cade soltanto uno Stato: viene colpito il perno che sostiene la possibilità di una saldatura autonoma fra Russia, Cina, Asia centrale e continentale, Golfo, Oceano Indiano e Sud globale. Vi è poi un elemento ulteriore, spesso sottovalutato: l’Iran non è soltanto una cerniera terrestre, ma anche una leva marittima. La capacità di condizionare il passaggio attraverso Hormuz gli conferisce infatti un peso diretto sulla sicurezza energetica globale che nessun ragionamento serio sulla connettività eurasiatica può ignorare. E proprio per questo il conflitto non riguarda soltanto il flusso fisico degli idrocarburi, ma anche la futura architettura degli scambi petroliferi e del loro regolamento.

È anche per questo che colpisce il relativo silenzio di molti analisti su questo punto. Talvolta si guarda al missile, ma non al corridoio; si osserva il conflitto, ma non la mappa; si commenta la crisi, ma si lascia sullo sfondo la struttura. Vi è poi un sospetto più profondo, che le guerre del nostro tempo rendono ogni giorno meno implausibile: che l’impoverimento progressivo delle società, sommato alla paura, all’emergenza permanente e alla progressiva erosione delle sicurezze materiali, non sia soltanto una conseguenza collaterale del caos, ma anche il presupposto ideale per piegare popolazioni stremate ad accettare ciò che in condizioni normali respingerebbero, vale a dire infrastrutture sempre più invasive di sorveglianza digitale, integrazione pervasiva dei dati e governo algoritmico delle condotte.

In questo scenario, il ruolo crescente di aziende come Palantir non autorizza semplificazioni grossolane, ma rende difficile ignorare la convergenza fra crisi bellica, gestione predittiva dei dati, disciplinamento sociale e nuova architettura tecnopolitica del controllo.

Eppure l’Iran è uno snodo, non un episodio. Per questo sarebbe auspicabile che osservatori autorevoli — da Lucio Caracciolo a Dario Fabbri, fino a Germano Dottori e ad altri interpreti dell’area di Limes — si misurassero più esplicitamente con questa chiave di lettura. Non per aderire a una tesi, ma per verificare se essa aiuti davvero a illuminare il punto che oggi conta di più. Perché, se l’Iran venisse piegato o privato della sua funzione di snodo strategico, non cadrebbe soltanto un attore regionale: verrebbe colpito il cardine territoriale che connette una parte decisiva dell’Eurasia e del Sud globale. E con esso verrebbe compromessa, forse in modo irreparabile, una delle principali condizioni materiali della multipolarità eurasiatica, compresa la possibilità che una quota crescente degli scambi energetici si sottragga al predominio quasi esclusivo del dollaro,

Detto in termini più semplici: se cade l’Iran, non cade soltanto una potenza regionale. Viene colpita una parte decisiva della continuità strategica eurasiatica. E se questa premessa non viene assunta con chiarezza, il rischio è che anche le analisi più brillanti restino, almeno in parte, al di qua del problema reale.

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