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Hormuz, l’alibi dei rincari: perché in Italia non tutto torna

Lo Stretto resta uno snodo cruciale per il mercato mondiale dell’energia. Ma i dati dicono che l’Italia non dipende da Hormuz nella misura spesso evocata per giustificare aumenti generalizzati.
Solo il 6% del petrolio importato dall’Italia passa per Hormuz. Il nodo vero riguarda soprattutto diesel, jet fuel, gas e prezzi internazionali. Per questo il rischio esiste, ma non basta a legittimare qualsiasi rincaro.

Il blocco dello Stretto di Hormuz basta davvero a giustificare una crisi energetica italiana? La risposta, se ci si attiene ai dati, è no. O, più precisamente: non basta da solo a giustificare qualsiasi rincaro.

Il primo dato da fissare è quello che più disturba la narrazione automatica. Secondo UNEM, solo il 6% del petrolio importato dall’Italia passa per Hormuz. È un numero che cambia il quadro. Significa che l’Italia non è un Paese direttamente e decisivamente appeso a quel passaggio marittimo. E significa che usare Hormuz come chiave totale per spiegare ogni aumento dei prezzi energetici italiani è, già in partenza, una semplificazione eccessiva.

Non solo. La struttura degli approvvigionamenti italiani mostra che il greggio arriva soprattutto da Africa, Paesi dell’area post-sovietica e Stati Uniti. Nel 2024, sul totale delle importazioni italiane di greggio, l’Africa pesa per 36,99%, l’area post-sovietica per 31,06%, il Medio Oriente per 16,58% e gli Stati Uniti per 8,62%. È una geografia energetica più articolata di quella che viene suggerita quando si presenta l’Italia come ostaggio quasi naturale del Golfo.

C’è poi un altro elemento spesso omesso. Una parte del greggio saudita diretto verso l’Europa può evitare Hormuz grazie all’oleodotto East-West verso il Mar Rosso. In altre parole, anche all’interno della quota mediorientale non tutto dipende materialmente da quel collo di bottiglia. Questo non annulla il rischio, ma riduce la portata di certe rappresentazioni troppo comode.

Attenzione, però: dire questo non significa negare la centralità di Hormuz. Sarebbe sbagliato. Attraverso quello Stretto transitano circa 20 milioni di barili al giorno, una quota enorme del commercio mondiale marittimo di petrolio. Se la rotta si chiude o anche solo si restringe, i mercati reagiscono subito: salgono i premi al rischio, aumentano i costi assicurativi, si irrigidiscono i noli marittimi, cresce la volatilità e si muovono i benchmark internazionali.

Ed è qui che si apre il punto decisivo. Uno shock globale sul prezzo non coincide automaticamente con una crisi fisica immediata per l’Italia. Molto spesso il mercato non sta prezzando una scarsità già esplosa sul territorio nazionale. Sta prezzando il rischio. E quando si prezza il rischio, si apre un’area grigia in cui entrano in gioco aspettative, coperture, margini cautelativi, ritocchi preventivi e scarico anticipato dei costi sul consumatore finale. È in questo passaggio che una tensione reale può diventare anche un alibi perfetto.

Qui bisogna però essere rigorosi fino in fondo. Se il greggio racconta una vulnerabilità diretta limitata, i prodotti raffinati raccontano invece un’esposizione più seria. UNEM segnala che attraverso Hormuz passa il 57% del gasolio importato dall’Italia e il 20% del jet fuel importato. Questo significa che un impatto su diesel, logistica e traffico aereo non è affatto teorico. Il problema, quindi, non è negare il rischio. Il problema è impedirne l’uso indiscriminato come spiegazione generale di tutto.

In sostanza, una cosa è dire che alcune filiere sono esposte. Altra cosa è trasformare quella vulnerabilità selettiva in una licenza generale per rincari a cascata: benzina, corrente, gas, trasporti, industria, inflazione. Questo salto logico non è automatico. Va dimostrato. E spesso non viene dimostrato: viene semplicemente raccontato.

Il quadro si complica ancora di più quando si passa dal petrolio all’elettricità. In Europa il prezzo della corrente è spesso determinato dal combustibile marginale, e quel combustibile, in molti casi, è il gas. La Commissione europea ricorda che i prezzi elettrici all’ingrosso restano fortemente influenzati dai prezzi dei combustibili fossili, soprattutto del gas. Perciò, se una crisi su Hormuz tende il mercato globale del GNL, l’effetto può arrivare anche in Italia: prima sul gas, poi sull’elettricità.

Ma anche qui il passaggio non è né meccanico né illimitato. Dipende dalla durata dello shock, dalla struttura dei contratti, dalla quota di offerte indicizzate, dalle politiche tariffarie, dal peso delle componenti fiscali e regolate e dalla capacità del sistema di assorbire il colpo. Dire che esiste un canale di trasmissione è corretto. Dire che ogni aumento sia per questo automaticamente legittimo è un’altra cosa.

La questione, a questo punto, diventa politica prima ancora che energetica. Perché il nodo non è soltanto se Hormuz conti. Il nodo è quanto quel fattore venga usato per costruire pubblicamente il rincaro. Dove finisce il costo reale? Dove comincia la sovra-giustificazione? Dove termina la geoeconomia dei flussi e dove inizia la politica dei prezzi?

È qui che entra in scena il retrobottega del potere economico. Non serve una cospirazione da romanzo. Basta molto meno: un rischio reale, una narrativa forte, un mercato nervoso, operatori che si coprono in anticipo, filiere che ritoccano i listini, decisori che preferiscono la spiegazione geopolitica alla verifica concreta dei margini. Il risultato è sempre lo stesso: il cittadino sente parlare di Hormuz e si prepara a pagare, spesso senza sapere quale quota del rincaro rifletta un costo oggettivo e quale invece derivi da traslazioni opportunistiche.

La conclusione, allora, deve essere precisa. Il blocco di Hormuz può avere effetti anche in Italia, ma non basta, da solo, a giustificare onestamente una crisi energetica generalizzata. L’esposizione diretta italiana sul greggio è contenuta. La vulnerabilità più alta riguarda alcuni derivati e, in modo indiretto, il gas e l’elettricità. Tutto il resto deve essere misurato con rigore, non coperto con formule automatiche.

La formula corretta, in definitiva, è una sola: Hormuz può incidere, ma non può diventare l’alibi dei rincari italiani.

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