Sardegna, laboratorio del futuro: virus, oligarchi e colonizzazione “green”
In Sardegna, dietro il silenzio assordante dei media, si sta consumando un’operazione che intreccia energia “green”, finanza internazionale ed epidemie che hanno messo in ginocchio intere comunità di allevatori. I dati ufficiali esistono, ma disposti in sequenza compongono un mosaico inquietante, capace di aprire scenari che reclamano domande scomode.
L’isola, terra antica e refrattaria alle dominazioni, è oggi teatro di una metamorfosi che non profuma di progresso, ma di conquista. Non è semplice transizione ecologica, né sviluppo sostenibile: è piuttosto un laboratorio a cielo aperto, dove si sperimentano strategie di ingegneria economica, sociale e perfino biologica. Epidemie improvvise, acquisizioni fondiarie da parte di oligarchi stranieri e megaprogetti energetici che dissanguano il territorio della sua vocazione naturale compongono il disegno di una colonizzazione travestita da futuro.
1. Le terre sottratte: dal pascolo alla rendita energetica
Nei registri del Ministero dell’Ambiente è depositato il progetto «Ploaghe–Chiaramonti», un impianto agrivoltaico da 264,7 MWp, collegato direttamente alla rete elettrica nazionale. Non un’ipotesi, ma un atto ufficiale consultabile.
Dietro questo progetto emerge il nome di DTEK Renewables International (DRI), controllata europea del colosso ucraino DTEK, parte della galassia SCM (System Capital Management) dell’oligarca Rinat Akhmetov. La stessa società elenca nel proprio portafoglio l’Erula Agrivoltaic Solar Park e ha annunciato l’acquisizione di 166 MWp di progetti in Sardegna, con lavori previsti dal 2026.
Siamo di fronte a un fatto documentato: grandi estensioni agricole e pastorali vengono destinate alla produzione energetica, con logiche che nulla hanno a che vedere con le comunità locali, ma condotte da un oligarca che fino a pochi anni fa era padrone dell’acciaio e del carbone del Donbas, oggi riconvertito all’oro “verde” dell’energia rinnovabile.
2. La tempesta sanitaria: il virus che prepara la terra
Il 21 giugno 2025, l’Istituto Zooprofilattico di Teramo conferma il primo focolaio italiano di Lumpy Skin Disease (LSD) in Sardegna. La malattia, trasmessa da insetti ematofagi e devastante per i bovini, causa febbre, noduli cutanei, calo di produzione lattea e spesso morte degli animali. Nel giro di pochi giorni i focolai diventano cinque, quattro dei quali sull’isola e uno in Lombardia.
Il sincronismo colpisce: una settimana prima, il 13 giugno, emissari del gruppo Akhmetov avevano iniziato le trattative per acquisire terreni agricoli e pascoli. Una settimana dopo, il virus colpisce proprio quelle aree, costringendo gli allevatori a svendere o concedere in affitto le loro terre.
A ciò si aggiunge il tema scabroso delle vaccinazioni a mRNA autoreplicante sperimentate sul bestiame, denunciate da diversi comitati sardi. Gli incentivi economici agli allevatori per inoculare i capi, le multe per chi rifiuta e la totale assenza di studi indipendenti sugli effetti di tali pratiche alimentano sospetti di sperimentazione biotecnologica mascherata da profilassi.
3. La rete che imprigiona: il Tyrrhenian Link
Mentre i pascoli si svuotano, la Sardegna diventa un nodo energetico asservito. Il Tyrrhenian Link, cavo sottomarino ad alta tensione (HVDC), collegherà l’isola a Sicilia e Campania. È un progetto di Terna, finanziato con 500 milioni di euro dal REPowerEU, e la posa dei cavi è già iniziata:
Gli espropri forzati nei comuni, come a Selargius, sono stati eseguiti con decreti d’urgenza e la forza pubblica, nel silenzio generale.
La logica è lampante: l’isola produce, il Continente consuma. La Sardegna diventa serbatoio elettrico, non comunità autonoma.
4. Le batterie e l’ombra delle multinazionali
Accanto ai parchi fotovoltaici, emerge il fantasma delle 29 mega-centrali di accumulo al litio. A parlarne è la società Elements Green, collegata a UMG Investments, veicolo finanziario del gruppo Akhmetov. Elements Green è attiva realmente in Europa e nel Regno Unito (si veda il progetto Staythorpe, 360 MW/720 MWh):
Nessun documento ufficiale conferma per ora un piano così vasto in Sardegna, ma la dinamica è sempre la stessa: prestanome, società di comodo, domande ministeriali firmate da figure insospettabili. Se realizzato, l’effetto sarebbe catastrofico: impianti altamente infiammabili e tossici disseminati in un territorio già fragile.
5. Il metodo del fuoco: gli incendi dolosi
Dove non arriva il virus, arriva il fuoco. Lo scorso luglio, un incendio doloso ha devastato Punta Molentis, a Villasimius, cancellando macchia mediterranea e mettendo in fuga i turisti.
Guarda caso, il fuoco segue una logica precisa: colpire aree pregiate, destinate a perdere valore e a essere riciclate in chiave speculativa. La combustione della natura prepara il terreno a una nuova, artificiale colonizzazione.
6. La Sardegna come paradigma nazionale
Il caso sardo non è un episodio isolato. Già nel 2024 demmo la notizia che i comitati denunciavano espropri forzati a Ghilarza per installazioni fotovoltaiche, raccogliendo oltre 211.000 firme a sostegno della proposta di legge “Pratobello 24” per difendere il territorio dalla speculazione.
È plausibile pensare che la Sardegna è solo il banco di prova: dopo di essa toccherà ad altre regioni italiane — Sicilia, Puglia, Basilicata, Calabria — tutte ricche di sole e vento, ma vulnerabili sul piano economico e politico.
7. Le versioni ufficiali: ciò che dicono, ciò che tacciono
Il confronto tra le fonti ufficiali rivela una verità scomoda.
- DEFRA (UK, 25 giugno 2025): conferma il primo caso in Sardegna il 21 giugno, sospende le importazioni bovine dall’Italia e decreta la perdita dello status “LSD-free”.
- IZS (Italia, 30 giugno 2025): aggiorna i focolai a cinque (quattro in Sardegna, uno in Lombardia) e registra la diffusione fino alla Francia.
La tempistica è chirurgica:
- 13 giugno: emissari di Akhmetov in Sardegna.
- 21 giugno: primo focolaio notificato.
- 25 giugno: DEFRA blocca l’export bovino italiano.
- 30 giugno: focolai multipli in Sardegna e Lombardia, primo caso in Francia.
La versione ufficiale parla di diffusione entomologica. Ma la coincidenza con le manovre economiche solleva un sospetto: l’epidemia non è solo una crisi sanitaria, ma un grimaldello per abbattere la resistenza economica delle comunità locali.
Conclusione
La Sardegna non è una periferia da colonizzare, né un vuoto da riempire di turbine, cavi e batterie. È il pilastro invisibile della sovranità alimentare, ambientale ed energetica italiana. Con i suoi tre milioni di pecore fornisce oltre metà del latte ovino nazionale, nutre il mondo con formaggi come il Pecorino Romano DOP, custodisce carni, miele, zafferano, olio, grano e vitigni unici, segno di un’agricoltura resiliente, non ancora piegata alla logica delle multinazionali.
È anche scrigno di risorse naturali e nodo strategico di energia: bauxite, piombo, zinco, acque termali, sole e vento che la rendono cruciale nella transizione cosiddetta “green”. Ma il Tyrrhenian Link, anziché integrarla, la dissangua: perché l’energia non è solo elettricità, è autonomia politica, è potere di decidere il proprio destino.
La Sardegna è riserva di biodiversità e presidio di resistenza ambientale. In un mondo segnato da guerre alimentari e manipolazioni climatiche, rappresenta ciò che resta della terra prima del saccheggio: sementi antiche, ecosistemi non devastati, un laboratorio di autosufficienza da difendere, non da svendere.
Per questo oggi l’isola è aggredita con virus, incendi e speculazioni: chi controlla la Sardegna non conquista solo un territorio, ma il cuore pulsante dell’Italia. Un mosaico si compone tassello dopo tassello: un virus che falcidia le mandrie, pascoli svuotati e terreni svenduti; un cavo che lacera il mare per succhiare energia altrove; centrali al litio che incombono come cattedrali tossiche; incendi dolosi che completano l’opera di desertificazione. Non è progresso, è conquista. Non è transizione, è colonizzazione.
Eppure, la Sardegna non è mai stata cavia docile. Dalle montagne della Barbagia, dove Roma faticò a piegare uomini e costumi, alle rivolte anti-cartaginesi e anti-romane guidate da Hampsicora; dai Giudicati medievali, con l’Arborea di Eleonora che oppose legge e dignità alle mire aragonesi, fino al 1794, quando il “Sa die de sa Sardigna” cacciò i funzionari piemontesi: l’isola custodisce una tradizione di resistenza che non è retaggio folklorico, ma ferro vivo d’identità. E, se altre regioni hanno conosciuto insorgenze gloriose — basti pensare ai Vespri Siciliani del 1282 — la Sardegna oggi si leva come soglia e avanguardia, non come colonia.
Difenderla non è atto localistico né nostalgico: è difendere l’anima stessa della nazione. Chi tocca la Sardegna tocca l’Italia; e chi ne brucia i pascoli o ne svende i mari, sappia che accende un fuoco più grande, destinato a divampare nella coscienza di un popolo che non è ancora domato. La Sardegna resiste, e nella sua resistenza parla il destino stesso della nostra indipendenza.
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