Iran, Occidente e genealogia di un conflitto
Ciò che il racconto dominante continua a rimuovere
La prossima volta che qualcuno dirà che l’Iran è pericoloso e che «deve essere fermato», converrà sospendere, fosse pure per un istante, il riflesso automatico della propaganda e ricomporre con ordine la sequenza storica. Non per assolvere il regime iraniano, che possiede un proprio, grave curriculum di repressione, violenza e oppressione — soprattutto contro il suo stesso popolo e, in modo particolare, contro le donne —, ma per restituire profondità storica a una vicenda che l’Occidente continua, quasi sempre, a raccontare in forma mutila. Il problema, infatti, non è soltanto ciò che l’Iran è diventato; il problema è comprendere come vi sia giunto, chi abbia contribuito a produrre quel risultato e chi continui, ancora oggi, a trarre profitto dalla sua demonizzazione permanente.
Il racconto dominante funziona quasi sempre allo stesso modo: isola il presente, lo recide dalla propria genealogia e, una volta amputato del passato, lo assolutizza. Così il regime iraniano appare come un male sorto dal nulla, come una forma di fanatismo emersa misteriosamente dal sottosuolo della storia, mentre vengono espunti tutti i passaggi anteriori: il petrolio, l’espropriazione economica, il colpo di Stato, l’autocrazia dello Scià, la repressione sostenuta dall’Occidente, le guerre di contenimento, le basi militari, le operazioni per procura. In altri termini, si narra l’effetto e si sopprime la causa.
1. Il petrolio persiano e l’inizio della subordinazione
La radice moderna della questione iraniana affonda agli inizi del XX secolo. Nel 1901 William Knox D’Arcy ottenne una concessione esclusiva sul petrolio persiano. Non si trattò di un semplice accordo commerciale, ma dell’avvio di una lunga espropriazione geopolitica. La scoperta commerciale del petrolio avvenne nel 1908 e, l’anno seguente, nacque la Anglo-Persian Oil Company, matrice di quella che, attraverso successive trasformazioni, sarebbe divenuta la British Petroleum.
Da quel momento il petrolio persiano cessò di appartenere realmente alla Persia e divenne, di fatto, una leva strategica dell’impero britannico. Il passaggio della Royal Navy dal carbone al petrolio trasformò il greggio persiano in una risorsa di primaria importanza militare per Londra. La ricchezza dell’Iran veniva così assorbita nella potenza britannica, mentre allo stesso Iran ne ritornava soltanto una quota irrisoria.
Per circa mezzo secolo il petrolio iraniano fu estratto sotto controllo straniero. Il confronto con l’Arabia Saudita, negli anni successivi, è particolarmente rivelatore. Quando i sauditi riuscirono a negoziare con ARAMCO una ripartizione dei profitti al cinquanta per cento, Teheran rivendicò condizioni analoghe. Londra si oppose. In quel rifiuto si condensava già l’intera grammatica del rapporto coloniale: le risorse iraniane dovevano rimanere subordinate all’interesse occidentale, anche quando erano formalmente “iraniane”.
2. Mossadegh e la sovranità ferita
Su questo sfondo si staglia la figura di Mohammad Mossadegh, spesso deformata in due direzioni opposte e ugualmente fuorvianti: da una parte santificato come eroe democratico lineare, dall’altra ridotto a fattore di disordine. La realtà era più aspra e più complessa. Mossadegh non era affatto un personaggio innocuo o fiabesco; era un politico nazionale, determinato, radicato in una congiuntura altamente conflittuale. E va detto con precisione: non fu «eletto dal popolo» nel senso diretto e moderno che oggi spesso si lascia intendere. Fu nominato primo ministro dallo Scià nel quadro costituzionale della monarchia iraniana, ma operò su una base parlamentare reale, e la nazionalizzazione del petrolio del 1951 fu il prodotto di una volontà politica largamente convergente nelle istituzioni iraniane.
Il cuore della sua posizione era limpido e, per gli interessi anglo-occidentali, devastante: «questo petrolio è nostro». In tale rivendicazione non vi era nulla di estremista. Vi era, piuttosto, l’enunciazione elementare e sovrana di un principio che oggi si finge ovvio, ma che allora risultava intollerabile: il controllo delle risorse strategiche doveva tornare al Paese che le possedeva.
La risposta britannica fu immediata e sostanzialmente intransigente. Nessuna reale disponibilità a una composizione equa della controversia: embargo, pressione internazionale, strangolamento economico. Ed è qui che occorre introdurre un elemento che la narrazione apologetica su Mossadegh tende spesso a sfumare: l’influenza del partito Tudeh e il timore occidentale del comunismo. Quel timore non era una pura finzione. L’Iran dei primi anni Cinquanta non era un teatro ideologicamente neutro, e il Tudeh rappresentava una presenza effettiva. Ma questo non assolve il golpe; al contrario, ne chiarisce più nitidamente il dispositivo. Il petrolio costituì il movente materiale centrale, mentre la Guerra fredda fornì la copertura ideologica perfetta.
3. Il 1953: il colpo di Stato che spezzò la storia iraniana
Nel 1953 CIA e MI6 rovesciarono Mossadegh. Non si trattò di una generica «ingerenza», ma di un’operazione clandestina di destabilizzazione accuratamente orchestrata: manipolazione mediatica, finanziamento di attori politici e religiosi, pressione sulle forze armate, produzione deliberata di disordine e successiva conversione del caos in colpo di Stato. Il coinvolgimento statunitense non appartiene al repertorio delle suggestioni polemiche costruite a posteriori: esso fu riconosciuto nei documenti declassificati e ammesso pubblicamente, decenni dopo, dagli stessi apparati coinvolti.
Il risultato è noto. Lo Scià fu reinsediato come monarca saldamente inserito nel quadro strategico occidentale. La sovranità politica iraniana venne infranta; la sovranità energetica fu ricondotta entro una nuova architettura di controllo. Il petrolio tornò a essere spartito tra attori anglo-americani e il governo costituzionale fu sostituito da un ordine autoritario funzionale agli interessi atlantici.
Il punto decisivo è questo: il 1953 non fu un episodio. Fu una frattura storica. Distrusse la possibilità di uno sviluppo iraniano autonomo entro una cornice costituzionale e nazionale e, al suo posto, instaurò un regime di modernizzazione subordinata, sontuoso in superficie e violento nelle sue strutture profonde.
4. Lo Scià, la modernizzazione e la repressione
Dal 1953 al 1979 l’Iran fu governato dallo Scià come alleato strategico dell’Occidente. La sua immagine è stata spesso ripulita ex post da una certa nostalgia liberale, come se egli rappresentasse semplicemente una Persia moderna, laica, elegante e progressiva. Ma quella modernizzazione ebbe un prezzo altissimo: repressione politica, dipendenza strategica e diseguaglianza sociale.
La SAVAK, la polizia politica del regime, divenne il principale strumento di controllo, sorveglianza e tortura dei dissidenti. Il legame tra la SAVAK, gli apparati occidentali e la cooperazione con Israele è storicamente ampio e ben documentato. L’Iran pahlaviano fu uno dei maggiori acquirenti di armamenti statunitensi nella regione, uno snodo centrale della proiezione americana contro l’URSS e un alleato stabile di Israele. In quel periodo nessuno, in Occidente, definiva Teheran uno «Stato terrorista», benché il regime fosse un’autocrazia repressiva. La ragione è semplice: era, in sostanza, il loro autocrate.
Il contrasto tra lo sfarzo monarchico e la povertà di ampi strati della popolazione non fu un dettaglio secondario, ma una delle matrici profonde della futura rivoluzione. L’Occidente continua spesso a raccontare la rivoluzione iraniana come l’irruzione improvvisa del fanatismo. Ma quel fanatismo, se così lo si vuole chiamare, trovò terreno fertile in una lunga esperienza di umiliazione nazionale, subordinazione esterna e violenza di Stato.

5. Il 1979 e il falso inizio del calendario morale occidentale
Poi venne il 1979. Ed è qui che il calendario morale dell’Occidente, quasi sempre, comincia in modo artificiale. L’Iran viene raccontato come se in quell’anno fosse apparso all’improvviso il male teocratico. Ma la rivoluzione iraniana non nacque dal vuoto. Nacque dall’accumulo di decenni di intervento esterno, repressione interna, occidentalizzazione forzata, diseguaglianza e dipendenza.
La sua forma finale fu islamica, certo. Ma la sua genealogia fu anche nazionale, politica, sociale e anti-imperiale. Non si può comprendere la Repubblica islamica se si rimuove il fatto che essa prese forma dopo il fallimento violento di un’altra possibilità storica: quella di un Iran sovrano, costituzionale e indipendente.
Su questo sfondo va riletta anche la crisi degli ostaggi del 1979. Per l’opinione pubblica americana essa continua a essere presentata come un’aggressione immotivata. Ma, agli occhi dei rivoluzionari iraniani, l’ambasciata americana non era uno spazio neutrale. L’ultima volta che in Iran si era aperta la possibilità di riconfigurare il potere in senso autonomo, la CIA aveva contribuito a distruggerla. Per questo, nella percezione di molti iraniani rivoluzionari, l’ambasciata non rappresentava la diplomazia, ma la possibile infrastruttura di una nuova replica del 1953.
6. Iraq, Libano, Yemen: la deformazione permanente della regione
La genealogia del conflitto non si arresta all’Iran. Va seguita nell’intero arco regionale. Perché esistono basi militari statunitensi in Iraq? Perché nel 2003 gli Stati Uniti invasero il Paese sulla base di accuse relative alle armi di distruzione di massa che si rivelarono false. Il bilancio umano di quella guerra resta oggetto di stime controverse e metodologicamente divergenti; tuttavia, anche le ricostruzioni più prudenti riconoscono una devastazione immensa, mentre quelle più elevate giungono a ordini di grandezza impressionanti. In ogni caso, la struttura sociale e statale irachena venne spezzata, aprendo lo spazio a milizie, guerra settaria e penetrazione iraniana.
Perché esiste il conflitto con Hezbollah? Perché nel 1982 Israele invase il Libano. Prima di quella guerra Hezbollah non esisteva. Esso nacque come forma di resistenza sciita entro un contesto di invasione, occupazione e collasso dell’ordine precedente. Ciò non costituisce una giustificazione morale di ogni sua azione, ma una spiegazione storica della sua genesi.
Perché gli Houthi sono ciò che sono? Anche qui, nessun fenomeno nasce nel vuoto. Lo Yemen è stato devastato da una guerra sostenuta da una coalizione guidata dall’Arabia Saudita e appoggiata dagli Stati Uniti e da altri partner occidentali. La crisi umanitaria che ne è derivata è stata tra le più gravi del pianeta. Anche in questo caso, l’Iran è intervenuto in un teatro che altri avevano già incendiato.
7. Il doppio standard nucleare
Anche il dossier nucleare rivela la grammatica profonda del conflitto. L’Iran è stato costruito come minaccia esistenziale in ragione della sua possibile capacità nucleare, mentre Israele mantiene una politica di opacità strategica su un arsenale non dichiarato, senza aver firmato il Trattato di non proliferazione e senza subire un regime di pressione paragonabile. L’Iran, al contrario, ha firmato il TNP, ha accettato ispezioni e ha sottoscritto il JCPOA del 2015, salvo poi vedere gli Stati Uniti ritirarsi unilateralmente dall’accordo nel 2018.
La questione non è se l’Iran sia innocente. La questione è se il diritto internazionale venga applicato come principio oppure come strumento. In Medio Oriente, troppo spesso, esso funziona come selezione dei colpevoli e non come norma comune.
8. Hamas, Hezbollah e la produzione del nemico
La macchina propagandistica occidentale ha bisogno di nemici assoluti; la storia reale dei nemici, però, è quasi sempre più imbarazzante della propaganda. Nel caso di Hamas, per esempio, le fonti permettono di distinguere con sufficiente chiarezza due piani tra loro coerenti. Il primo riguarda la sua genealogia: l’ambiente islamista palestinese legato a Sheikh Ahmed Yassin fu inizialmente non solo tollerato, ma anche favorito e finanziato da Israele come contrappeso all’OLP laica e nazionalista. Il secondo concerne, invece, la sua funzione strategica: negli anni successivi, la separazione tra Gaza e Cisgiordania e il rafforzamento di Hamas continuarono a essere percepiti, in settori rilevanti della politica israeliana, come strumenti utili a impedire la formazione di una leadership palestinese unitaria e, dunque, a ostacolare la prospettiva di una soluzione politica fondata sui due Stati. In questa luce, Hamas non appare soltanto come un nemico, ma anche come un attore a lungo ritenuto funzionale a una più ampia politica di frammentazione del fronte palestinese. (WSJ) e (The Origins of Hamas)
Su tale genealogia tornerò, Dio volendo, in un contributo autonomo, nel quale mostrerò, fonte dopo fonte, come questa strategia di frammentazione sia stata riconosciuta dagli stessi protagonisti che la promossero e la finanziarono.
Lo stesso vale, mutatis mutandis, per Hezbollah: il «nemico» non compare nel vuoto, ma prende forma entro una sequenza di invasioni, occupazioni, guerre per procura e radicalizzazioni prodotte dal conflitto stesso. In altri termini, il nemico non sempre viene semplicemente scoperto; talvolta viene anche favorito, reso funzionale a un equilibrio di dominio o storicamente generato da quelle medesime condizioni che poi si pretende di combattere.
9. Il denaro, il potere e la persistenza del conflitto
A questo punto il quadro si fa più nitido. Il colpo di Stato del 1953 riguarda il petrolio, e il petrolio torna sotto controllo occidentale. Il lungo regno dello Scià riguarda il posizionamento strategico, e Washington, insieme ai suoi alleati, ottiene un presidio docile nel cuore del Vicino Oriente. Dopo il 1979, la costruzione dell’Iran come «Stato terrorista» assolve una funzione ulteriore: giustificare la presenza militare americana nella regione, sostenere imponenti flussi di vendita di armi agli Stati del Golfo e garantire una cornice permanente di eccezione a vantaggio della supremazia israeliana.
Ogni volta che il discorso dominante evoca la «minaccia iraniana», bisognerebbe domandarsi: chi trae profitto da questa rappresentazione? Chi vende armi? Chi consolida basi? Chi rafforza alleanze asimmetriche? Chi trasforma il caos regionale in un dispositivo di profitto e di egemonia?
Conclusione
Ripeterlo è necessario: tutto questo non equivale a una difesa della Repubblica islamica. Il regime iraniano ha edificato un proprio ordine repressivo, e il suo bilancio interno resta pesante. Ma un conto è condannare quel regime; altro conto è fingere che sia apparso dal nulla, o che la sua esistenza non abbia alcun rapporto con la distruzione, nel 1953, di una possibile traiettoria iraniana autonoma. L’Occidente non è spettatore di ciò che oggi pretende di combattere. È, in misura rilevante, uno dei suoi genealogisti.
La questione iraniana, dunque, non può essere compresa se la si recide dalla sua genealogia. Prima di domandarsi perché l’Iran reagisca, bisognerebbe chiedersi chi abbia costruito il campo di forze che rende quella reazione storicamente intelligibile. Prima di parlare di «aggressione iraniana» in forma astratta, bisognerebbe ricordare la concessione del 1901, la scoperta del 1908, la nazionalizzazione del 1951, il golpe del 1953, lo Scià, la SAVAK, il 1979, l’invasione dell’Iraq, l’occupazione del Libano, la devastazione dello Yemen, la guerra per procura in Siria, la gestione strumentale dei nemici regionali. Solo allora il discorso smette di essere propaganda e torna a essere storia. E la storia, quando viene restituita alla sua interezza, è quasi sempre più accusatoria di qualsiasi slogan.
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