Indometacina e COVID: il farmaco ignorato mentre si imponevano vigile attesa e paracetamolo
Un articolo scientifico pubblicato nel 2026 riapre una questione tutt’altro che secondaria: già nel 2020 esistevano elementi seri per studiare l’indometacina contro i coronavirus, ma quella pista fu lasciata ai margini mentre si affermava una gestione attendista della malattia.
L’articolo scientifico da cui prendiamo le mosse non è una rassegna anodina di dati. È una revisione critica, documentata e severa di ciò che accadde durante la prima fase della pandemia. Gli autori non si limitano a ricordare che l’indometacina è un farmaco noto, economico e disponibile da decenni. Sostengono qualcosa di più impegnativo e più scomodo: che già all’inizio dell’emergenza vi fossero motivi sufficientemente solidi per prenderla sul serio come possibile opzione terapeutica da studiare subito, e che ciò non avvenne.
Qui sta il cuore del problema. Secondo gli autori, mentre si consolidava una linea sanitaria fondata sulla vigile attesa, sul monitoraggio domiciliare e sull’uso del paracetamolo come presidio iniziale, una molecola con una plausibile utilità nei coronavirus veniva trascurata. Non perché fosse stata smentita da prove contrarie definitive, ma perché non entrò realmente nel circuito delle priorità cliniche e istituzionali. Questo scarto tra ciò che si sarebbe potuto approfondire e ciò che invece fu lasciato ai margini costituisce il nucleo polemico dell’intero lavoro.
A rendere ancora più chiaro il senso della pubblicazione vi è anche una confidenza privata di uno degli autori, il quale ci ha raccontato le difficoltà incontrate per far accettare un articolo giudicato “controcorrente”. Nel suo giudizio, la pubblicazione odierna rappresenta almeno una forma di giustizia scientifica: non la dimostrazione finale che tutto fosse già risolto nel 2020, ma quantomeno il riconoscimento accademico che alcune ipotesi fondate non meritavano di essere ignorate. È una dichiarazione forte, perfino liberatoria, ma illumina bene il clima culturale entro cui il lavoro si colloca: non quello di una revisione fredda e impersonale, bensì quello di una contestazione ragionata contro una gestione pandemica ritenuta rigida, tardiva e, sotto diversi aspetti, fallimentare.
CHE COS’È L’INDOMETACINA
L’indometacina è un farmaco antinfiammatorio non steroideo in uso da oltre sessant’anni. Appartiene dunque alla categoria dei medicinali ben conosciuti dalla pratica clinica, non a quella delle scommesse improvvisate nate sotto la pressione dell’emergenza. È stata utilizzata per lungo tempo nel trattamento di stati infiammatori e dolorosi, e il suo profilo farmacologico è noto da decenni.
Proprio per questo la domanda degli autori assume un peso particolare. Se un farmaco del genere era già disponibile, già conosciuto, già accessibile e già oggetto di interesse scientifico per possibili effetti antivirali, perché non fu sottoposto tempestivamente a studi clinici adeguati? Perché si preferì un atteggiamento attendista quando la situazione avrebbe richiesto prontezza terapeutica, elasticità di giudizio e capacità di esplorare rapidamente tutte le piste plausibili?
CHE COSA SOSTIENE DAVVERO L’ARTICOLO
Per leggere correttamente il testo bisogna evitare due errori opposti. Il primo sarebbe presentarlo come la prova definitiva che l’indometacina fosse la cura risolutiva del COVID. Il secondo sarebbe svuotarlo, riducendolo a una timida ipotesi collaterale. Nessuna delle due letture è fedele al lavoro.
Gli autori sostengono una tesi più precisa e, in fondo, più grave: già nel 2020 esistevano basi scientifiche sufficienti per avviare rapidamente studi clinici seri, ampi e ben organizzati sull’indometacina, soprattutto nelle fasi iniziali della malattia. Questo non avvenne. E, a loro giudizio, non si trattò di un semplice ritardo tecnico o amministrativo, ma di un errore sostanziale nella gestione dell’emergenza.
Il punto, dunque, non è sostenere che la prova finale fosse già disponibile. Il punto è mostrare che vi erano abbastanza elementi per non restare fermi. Secondo la review, proprio questa immobilità terapeutica costituisce uno dei nodi più gravi di quella stagione.
CHE COSA SI SAPEVA GIÀ
Tra i lavori richiamati occupa un posto centrale uno studio italiano del 2006, pubblicato dopo la precedente epidemia di SARS. In quel lavoro l’indometacina mostrava una marcata attività antivirale sia in vitro sia in modelli animali. In termini semplici, il farmaco sembrava ostacolare in modo importante la replicazione del virus, cioè la sua capacità di moltiplicarsi.
Naturalmente un dato sperimentale non equivale, da solo, a una prova di efficacia clinica nell’uomo. Gli autori lo sanno e lo ammettono. Ma proprio qui sta la sostanza della loro critica: in presenza di un nuovo coronavirus appartenente alla stessa famiglia, un segnale di questo genere avrebbe dovuto attivare subito una verifica metodica e rapida, non essere confinato ai margini della discussione scientifica.
A questo primo tassello si aggiungono altri elementi: ulteriori studi sperimentali, segnalazioni cliniche, analisi retrospettive, un trial randomizzato open-label e una meta-analisi online. Nessuno di questi dati, preso isolatamente, chiude il discorso. Ma, nella prospettiva degli autori, il loro insieme compone un quadro troppo consistente per giustificare la sostanziale disattenzione con cui il tema fu trattato nei mesi decisivi della pandemia.
IL CUORE DELLA POLEMICA: VIGILE ATTESA E TERAPIA SINTOMATICA
La parte più tagliente dell’articolo è quella dedicata alla gestione sanitaria iniziale, soprattutto in Italia. Gli autori criticano con decisione la strategia della vigile attesa, vale a dire l’approccio fondato sul monitoraggio domestico dei sintomi, sull’osservazione della saturazione e sull’impiego soprattutto del paracetamolo, rinviando un intervento più incisivo al momento dell’eventuale peggioramento.

Nella loro lettura, questa non fu una forma alta di prudenza clinica. Fu, piuttosto, l’istituzionalizzazione dell’attesa. Invece di colpire la malattia nelle sue fasi iniziali con una logica terapeutica precoce, si accompagnava il paziente lungo il decorso, intervenendo soprattutto quando il quadro si aggravava. Per gli autori, questo approccio contribuì al sovraccarico ospedaliero, ai ricoveri tardivi e a un numero di esiti sfavorevoli che avrebbe meritato un bilancio molto più severo.
Il messaggio privato dell’autore rende questa contestazione ancora più esplicita. Egli scrive che già nel 2020 “si sapeva della possibile efficacia dell’indometacina nelle malattie da coronavirus”, ma che nessuno tra gli “esperti” la consigliò, limitandosi a indicare vigile attesa, monitoraggio, paracetamolo e poi altri FANS. A suo giudizio, questi ultimi potevano attenuare i sintomi senza incidere davvero sul decorso, o addirittura peggiorare il quadro. È una formulazione aspra, ma perfettamente coerente con l’impianto dell’articolo: la convinzione che il sistema abbia preferito la via più comoda, più conforme e meno coraggiosa proprio quando sarebbe stato necessario il contrario.
QUALI DATI CLINICI VENGONO PORTATI
La review non si esaurisce in una requisitoria. Offre anche una sintesi delle evidenze cliniche disponibili. Tra queste, il dato più rilevante richiamato dagli autori è un trial randomizzato open-label che confrontava l’indometacina con il paracetamolo in pazienti ricoverati con COVID lieve o moderato. Secondo i risultati riportati, nel gruppo trattato con paracetamolo una parte dei pazienti andò incontro a desaturazione e richiese supporto respiratorio; nel gruppo trattato con indometacina, questo non si verificò. Inoltre, febbre, tosse e dolori muscolari si risolsero più rapidamente nel gruppo trattato con indometacina.

Gli autori riconoscono senza esitazione i limiti dello studio: assenza di cecità, campione non vastissimo, possibile influenza di bias metodologici, comparatore non ideale. Ma proprio questa ammissione rafforza, anziché indebolire, il loro atto d’accusa. Se perfino dati ancora imperfetti lasciavano intravedere segnali clinici di tale rilievo, perché non promuovere immediatamente studi più ampi e più robusti?
A questa prova si aggiunge uno studio osservazionale italiano sul trattamento domiciliare precoce, nel quale uno schema comprendente indometacina, se avviato entro i primi tre giorni dai sintomi, sembrava associarsi a un decorso più favorevole rispetto a un inizio più tardivo. Anche qui gli autori non nascondono le debolezze metodologiche: il disegno retrospettivo, la presenza di altri farmaci e integratori, l’impossibilità di attribuire con certezza l’effetto alla sola indometacina. Ma il problema, ancora una volta, resta identico: dati di questo genere chiedevano di essere verificati meglio, non ignorati.
IL RUOLO DEI MEDICI DELLE TERAPIE DOMICILIARI PRECOCI
Nel lavoro si coglie anche una frattura che ha attraversato tutta la pandemia. Da un lato la medicina istituzionale, legata a protocolli prudenti fino all’inerzia; dall’altro gruppi di medici che decisero di trattare precocemente i pazienti a domicilio assumendosi in prima persona la responsabilità clinica delle proprie scelte.
Nel messaggio privato, uno degli autori attribuisce a questi medici, “con in testa Serafino Fazio”, la competenza e il coraggio di avere utilizzato un farmaco che il sistema ufficiale lasciava ai margini, spesso in associazione con altri medicinali e integratori. Non si tratta qui di costruire una narrazione eroica, ma di registrare una frattura reale tra due culture mediche: una più legata all’attesa di conferme definitive, l’altra più disposta a intervenire sulla base di un razionale biologico e di osservazioni cliniche in emergenza.
Gli autori non celano la loro valutazione: ritengono che la medicina domiciliare precoce sia stata guardata con sufficienza o sospetto proprio mentre tentava di colmare il vuoto lasciato dall’approccio attendista dominante.
COME POTREBBE AGIRE L’INDOMETACINA
Sul piano biologico, l’interesse per l’indometacina non dipende soltanto dalla sua azione antinfiammatoria. Secondo vari studi richiamati nella review, il farmaco potrebbe anche interferire con la replicazione virale. In termini divulgativi, ciò significa che non si limiterebbe a contenere febbre e dolori, ma potrebbe ostacolare alcuni processi cellulari di cui il virus ha bisogno per moltiplicarsi.
Gli autori richiamano diversi meccanismi possibili, fra cui l’attivazione di vie cellulari capaci di bloccare la sintesi proteica necessaria alla replicazione virale. Anche qui mantengono la correttezza scientifica: tali meccanismi, pur plausibili e supportati da dati sperimentali, non equivalgono ancora a una dimostrazione clinica conclusiva nell’uomo. Ma la loro esistenza rafforza la tesi di fondo: il razionale c’era, e proprio per questo la mancanza di studi adeguati appare ancora più difficile da giustificare.

IL TEMA DELLA SICUREZZA
Gli autori non presentano l’indometacina come un farmaco innocuo. Ricordano che, come altri antinfiammatori non steroidei, può causare effetti avversi anche seri, in particolare a carico dell’apparato gastrointestinale, dei reni, del sistema cardiovascolare e del sistema nervoso. Sarebbe dunque improprio trasformarla in un rimedio semplice, universale e privo di rischi.
Ma il testo respinge anche l’uso strumentale del tema sicurezza come pretesto per non approfondire. Gli autori osservano che, in un trattamento breve, della durata di circa una settimana, e con adeguate cautele, il rapporto tra rischi e benefici avrebbe meritato una valutazione tempestiva e rigorosa. La domanda decisiva non era se l’indometacina fosse priva di effetti collaterali, perché nessun farmaco serio lo è. La domanda era se il suo profilo di rischio fosse tale da impedirne persino lo studio. E, per gli autori, la risposta è chiaramente negativa.
CHE COSA DIMOSTRA DAVVERO QUESTO ARTICOLO
Questo lavoro non dimostra in modo definitivo che l’indometacina fosse la cura risolutiva del COVID. Ma sarebbe altrettanto scorretto dire che non dimostri nulla. Esso dimostra almeno questo: che esisteva una base scientifica sufficiente per rendere l’indometacina una priorità di ricerca clinica e che tale priorità, nei fatti, non fu trattata come avrebbe dovuto.
L’atto d’accusa degli autori non consiste nell’affermazione semplicistica secondo cui la cura era già disponibile e fu deliberatamente nascosta. Il loro argomento è più serio e, proprio per questo, più difficile da respingere: avevamo abbastanza elementi per studiare rapidamente e bene un farmaco promettente, ma non lo abbiamo fatto. In una pandemia, una simile omissione pesa.
LA DOMANDA CHE RESTA APERTA
Alla fine della lettura si impone una domanda semplice e severa: durante la pandemia sono state esplorate davvero tutte le piste terapeutiche ragionevoli, oppure alcune sono state accantonate troppo presto perché estranee al paradigma dominante?
Gli autori lasciano intendere con chiarezza la loro risposta. A loro giudizio, l’attenzione si concentrò soprattutto su vaccini, nuovi antivirali e linee di gestione più facilmente standardizzabili, mentre i farmaci riposizionabili, economici e privi di forti sponsor industriali rimasero sullo sfondo. Il caso dell’indometacina diventa così il simbolo di un problema più grande: non soltanto la sorte di una molecola, ma il modo in cui la medicina d’emergenza decide che cosa merita di essere studiato e che cosa può essere lasciato deperire ai margini.
CHIUSA EDITORIALE
Il caso dell’indometacina non riguarda soltanto un farmaco. Riguarda una concezione della medicina. Riguarda il confine sottile tra prudenza e paralisi, tra rigore e irrigidimento, tra metodo scientifico e conformismo istituzionale. L’articolo di Fazio, Donzelli e Bellavite non consegna una verità definitiva, ma consegna qualcosa che oggi ha un peso non minore: la prova che alcune domande erano legittime, che alcuni segnali erano reali e che alcune strade non furono percorse con la serietà che meritavano. Se questo è vero, la questione non è soltanto clinica. Diventa culturale, istituzionale e morale. Perché quando, nel pieno di un’emergenza, una possibilità plausibile non viene confutata ma semplicemente lasciata ai margini, allora non fallisce solo una possibile terapia: fallisce un intero modello di responsabilità scientifica.
Si ringrazia Silvana per la segnalazione.
Per la scaricare l’articolo accademico a firma di Serafino Fazio, Alberto Donzelli e Paolo Bellavite, ricevuto il 05 dicembre 2025, accettato il 05 marzo 2026 e finalmente pubblicato il 24 marzo 2026, editore accademico Anna Maria Spagnolo, Università di Genova, clicca url che segue ⬇️

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