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La Rivoluzione bolscevica e l’ombra di Wall Street

Il 1917: guerra, finanza internazionale e conquista del mercato russo

Questo articolo nasce dalla lettura del volume Wall Street and the Bolshevik Revolution, di Antony C. Sutton, pubblicato nel 1974. Non vuole essere una recensione né un confronto fra differenti indirizzi storiografici, ma un’esposizione concisa dei suoi argomenti principali.

La scelta di Sutton non è casuale. Storico dell’economia, ricercatore presso la Hoover Institution dell’Università di Stanford e autore dell’ampio studio in tre volumi Western Technology and Soviet Economic Development, Sutton dedicò una parte rilevante della propria esistenza e delle proprie ricerche ai rapporti fra industria occidentale, finanza internazionale e sviluppo economico dell’Unione Sovietica.

L’indagine si fonda su fascicoli del Dipartimento di Stato americano, documenti britannici e canadesi, telegrammi diplomatici, atti del Congresso, carte bancarie, corrispondenze societarie, memorie e giornali dell’epoca. La conclusione proposta dall’autore è netta: determinati esponenti della finanza internazionale — fra i quali figuravano anche influenti banchieri ebrei — non furono semplici spettatori della Rivoluzione bolscevica. Essi presero parte, con ruoli e finalità differenti, alla rete di finanziamenti, relazioni e protezioni che accompagnò l’ascesa del nuovo potere e, negli anni successivi, contribuirono alla costruzione di rapporti economici con il regime sovietico.

La tesi centrale del volume è soltanto in apparenza paradossale: il capitalismo monopolistico e il socialismo centralizzato, pur presentandosi come sistemi inconciliabili, potevano trovare un terreno di collaborazione nella comune tendenza ad accentrare il potere. Il bolscevismo distrusse la proprietà diffusa e il libero mercato, ma lasciò aperta la possibilità di accordi con la grande finanza internazionale.

1. La falsa opposizione fra capitalismo e comunismo

Per comprendere la tesi del libro è necessario distinguere il libero mercato dal capitalismo monopolistico.

L’imprenditore opera in condizioni di concorrenza, assume rischi e dipende dalla propria capacità d’iniziativa. Il monopolista, al contrario, tende a sottrarsi alla concorrenza mediante privilegi, concessioni, norme favorevoli e protezione politica. Il suo obiettivo non è un’economia realmente libera, ma un mercato dominato da un numero ristretto di soggetti.

Da questo punto di vista, capitalismo monopolistico e socialismo di Stato non appaiono più del tutto incompatibili. Il primo concentra il potere economico nelle grandi società finanziarie e industriali; il secondo concentra la proprietà e le decisioni nelle mani dello Stato. Entrambi riducono l’autonomia dell’individuo e affidano il governo dell’economia a pochi centri direttivi.

Una Russia composta da milioni di proprietari, contadini, cooperative, artigiani e imprese indipendenti avrebbe costretto la finanza straniera a confrontarsi con una pluralità di soggetti difficili da ricondurre a una sola volontà. Una Russia sovietica, nella quale lo Stato possedeva le banche, le miniere, le ferrovie e deteneva il monopolio del commercio estero, offriva invece un unico interlocutore: il governo centrale.

Lo Stato socialista, inoltre, non poteva realizzare una rapida industrializzazione senza macchinari, tecnici, crediti e tecnologia provenienti dall’Occidente. La Russia sovietica poteva così trasformarsi in un mercato vincolato e in un paese tecnicamente dipendente: chiuso sul piano politico, ma bisognoso delle grandi imprese straniere per costruire e mantenere il proprio apparato industriale.

I finanzieri internazionali non avevano bisogno di condividere il marxismo. Era sufficiente che considerassero vantaggioso un sistema accentrato, nel quale pochi organismi statali controllavano le risorse, gli investimenti e il commercio con l’estero.

2. La crisi russa come arma internazionale

La Prima guerra mondiale condusse al collasso le strutture dell’Impero russo. La rete ferroviaria era inadeguata, l’industria non riusciva a soddisfare le esigenze del conflitto, le città soffrivano per la scarsità dei viveri e l’esercito subiva perdite umane enormi.

Nel febbraio 1917, scioperi, manifestazioni e ammutinamenti travolsero la monarchia dei Romanov. Nicola II abdicò e venne costituito il Governo provvisorio; nello stesso tempo, i soviet degli operai e dei soldati esercitavano un potere concorrente, dando origine a una situazione di duplice autorità.

La Rivoluzione di febbraio non fu opera dei bolscevichi. Lenin si trovava ancora in Svizzera e Trotsky negli Stati Uniti. La decisione del Governo provvisorio di proseguire la guerra offrì tuttavia ai bolscevichi l’occasione decisiva per accrescere il proprio consenso. La popolazione chiedeva pace, terra e pane, mentre il governo continuava a rispettare gli impegni militari assunti con la Francia e la Gran Bretagna.

La crisi russa coinvolgeva direttamente tutte le grandi potenze. La Germania mirava a chiudere il fronte orientale; gli Alleati temevano che la Russia concludesse una pace separata; gli ambienti economici americani osservavano un paese vastissimo, ricco di risorse naturali e prossimo alla disgregazione.

La rivoluzione divenne così non soltanto il risultato della crisi interna dell’Impero, ma anche uno strumento della lotta internazionale.

3. Parvus, Lenin e il sostegno tedesco

Nel 1915 Aleksandr Parvus, nato Israel Helphand, presentò al Ministero degli Esteri tedesco un piano volto a destabilizzare l’Impero russo mediante propaganda, scioperi, sostegno ai movimenti separatisti e finanziamento delle organizzazioni rivoluzionarie.

La Germania voleva costringere la Russia ad abbandonare la guerra. Lenin intendeva trasformare il conflitto fra gli imperi europei in una rivoluzione sociale. I loro obiettivi erano profondamente diversi, ma potevano temporaneamente convergere.

Nell’aprile 1917 il governo tedesco autorizzò Lenin e altri esuli rivoluzionari ad attraversare il proprio territorio. Il celebre «treno sigillato» consentì al dirigente bolscevico di lasciare la Svizzera e raggiungere le coste del Baltico, da dove proseguì il viaggio verso Pietrogrado.

Non si trattò di una semplice concessione di transito. Berlino favoriva il ritorno in Russia dell’uomo che chiedeva più apertamente la dissoluzione dell’esercito, il rovesciamento del Governo provvisorio e la conclusione immediata della pace.

L’appoggio tedesco non si esaurì nel viaggio di Lenin. Denaro proveniente dalla Germania contribuì a finanziare la propaganda e le attività rivoluzionarie attraverso intermediari commerciali e bancari operanti soprattutto nei paesi scandinavi. La Nya Banken di Stoccolma figurò fra gli istituti coinvolti nel trasferimento dei fondi. Berlino perseguiva due obiettivi principali: ottenere l’uscita della Russia dal conflitto e assicurarsi una posizione favorevole nei futuri rapporti economici con il paese.

Il trattato di Brest-Litovsk, concluso nel marzo 1918, sancì il successo immediato di questa strategia. La Russia bolscevica si ritirò dalla guerra e rinunciò a vasti territori dell’ex Impero.

Lenin impiegò l’aiuto ricevuto per realizzare un progetto politico autonomo, che non coincideva con gli interessi tedeschi. Resta tuttavia il fatto che il corridoio aperto da Berlino rese possibile il suo rapido ritorno in Russia e contribuì a creare le condizioni dalle quali scaturì la successiva conquista del potere.

4. Trotsky fra New York e Halifax

Trotsky giunse negli Stati Uniti nel gennaio 1917, si stabilì nel Bronx e collaborò con Novyj Mir, quotidiano socialista in lingua russa al quale partecipava anche Nikolaj Bucharin. Il suo breve soggiorno americano costituisce uno dei passaggi più controversi della letteratura controstorica sulla Rivoluzione bolscevica.

Gary Allen ed Eustace Mullins attribuirono agli interessi Rockefeller un intervento diretto nel sostegno logistico, finanziario e politico offerto al dirigente rivoluzionario. Mullins sostenne, in particolare, che Trotsky fosse stato ospitato gratuitamente in un immobile della Standard Oil a Bayonne, nel New Jersey. Ricondusse inoltre agli stessi ambienti sia il rilascio del passaporto da parte dell’amministrazione Wilson, sia i 10.000 dollari che Trotsky avrebbe avuto con sé durante il viaggio verso la Russia.

Allen inserì invece l’episodio in una ricostruzione più ampia. Secondo la sua interpretazione, grandi gruppi finanziari, fra i quali quello Rockefeller, avrebbero favorito dirigenti rivoluzionari capaci di instaurare in Russia un potere fortemente accentrato. Un simile ordinamento avrebbe consentito alla finanza e all’industria occidentali di trattare con pochi organismi statali, anziché con una pluralità di proprietari e imprese indipendenti.

Queste affermazioni appartengono a un filone distinto da quello rappresentato dal volume qui riassunto e non poggiano tutte su riscontri documentari dello stesso valore. Si collocano tuttavia nel più ampio quadro dei rapporti ricostruiti da Sutton fra rivoluzionari russi, amministrazione americana e grandi interessi economici presenti nell’American International Corporation, nel cui consiglio sedevano anche uomini legati ai gruppi Rockefeller e Morgan.

Dopo l’abdicazione dello zar, Trotsky decise di tornare in Russia. Il 27 marzo 1917 salpò da New York con la famiglia a bordo del piroscafo norvegese Kristianiafjord. Il 3 aprile, durante l’ispezione della nave nel porto canadese di Halifax, le autorità britanniche lo fecero sbarcare insieme ad altri cinque rivoluzionari russi. Trotsky e i suoi compagni furono quindi trasferiti nel campo d’internamento di Amherst, in Nuova Scozia. (qui) e (qui)

5. La Scandinavia e il denaro della rivoluzione

I paesi scandinavi costituirono uno dei principali corridoi finanziari e logistici fra la Germania e la Russia.

La neutralità della Svezia e della Danimarca trasformò Stoccolma e Copenaghen in importanti centri di transito per denaro, merci, documenti, informazioni e agenti dei servizi segreti. Operazioni destinate a sostenere l’attività politica potevano così essere dissimulate sotto l’apparenza di normali compravendite internazionali.

Fra gli intermediari figuravano Jakov Ganetskij, collaboratore di Lenin, Evgenija Sumenson e alcune società legate ad Aleksandr Parvus. Il denaro poteva essere trasferito mediante fatture, anticipi e pagamenti relativi a merci realmente fornite o soltanto dichiarate, senza apparire direttamente come un finanziamento alle organizzazioni rivoluzionarie.

Uno dei principali punti di passaggio fu la Nya Banken di Stoccolma, fondata dal banchiere svedese di origine ebraica Olof Aschberg. I telegrammi esaminati dal controspionaggio del Governo provvisorio collegavano l’istituto al circuito formato da Ganetskij e Sumenson. Lo storico Michael Futrell stimò che quasi un milione di rubli provenienti da fonti tedesche fosse transitato attraverso la Nya Banken sotto forma di pagamenti commerciali.

Occorre tuttavia distinguere fra documenti di diversa attendibilità. Sutton richiama anche le cosiddette carte Sisson, nelle quali Aschberg e la Nya Banken occupano una posizione importante; lo stesso autore ricorda però che George F. Kennan ne dimostrò la falsificazione, pur ammettendo che potessero essere state costruite utilizzando in parte materiale autentico.  

Un dispaccio dell’ambasciata americana a Christiania, l’odierna Oslo, datato 21 febbraio 1918, riferiva inoltre che fondi riconducibili ai bolscevichi risultavano depositati presso l’istituto diretto da Aschberg, secondo la documentazione riportata da Sutton.

La rivoluzione non si mosse dunque soltanto attraverso comizi, giornali clandestini e organizzazioni di partito. Viaggiò anche mediante conti correnti, lettere di credito, società d’importazione, fatture commerciali e trasferimenti bancari, strumenti capaci di nascondere la destinazione politica del denaro dietro operazioni apparentemente ordinarie.

6. William Boyce Thompson e il milione di dollari

Nell’estate del 1917 giunse in Russia una missione della Croce Rossa americana guidata da William Boyce Thompson.

Ufficialmente la missione aveva finalità assistenziali, ma ne facevano parte anche finanzieri, imprenditori, ingegneri e osservatori politici. Thompson era un potente imprenditore del settore minerario, fondatore della Newmont Mining Corporation e membro del consiglio della Federal Reserve Bank di New York.

Durante il Governo provvisorio finanziò iniziative propagandistiche favorevoli alla prosecuzione della guerra. Dopo la conquista del potere da parte dei bolscevichi mutò tuttavia orientamento. Si convinse che il nuovo regime non sarebbe crollato in breve tempo e che la propaganda rivoluzionaria avrebbe potuto essere impiegata contro la Germania e l’Austria-Ungheria.

La stampa americana riferì che Thompson aveva destinato personalmente un milione di dollari alla diffusione della propaganda bolscevica nei territori degli Imperi centrali. Sutton collega questa notizia a un cablogramma relativo al trasferimento della medesima somma.

Il significato politico dell’episodio è evidente: un amministratore della Federal Reserve Bank di New York finanziava la propaganda di un movimento che proclamava la distruzione del capitalismo.

Thompson non aveva aderito al comunismo. Considerava piuttosto il bolscevismo uno strumento di guerra politica. Non finanziava l’ideologia in quanto tale, ma la sua capacità di disgregare il fronte interno dei paesi nemici.

7. Raymond Robins e il dialogo con il nuovo regime

Quando Thompson lasciò la Russia, Raymond Robins assunse la direzione effettiva della missione americana.

Robins instaurò rapporti diretti con Lenin e Trotsky e sostenne la necessità di avviare trattative con il governo bolscevico. Molti diplomatici occidentali continuavano a considerare il nuovo regime un’esperienza provvisoria, destinata a dissolversi rapidamente. Robins comprese invece che i bolscevichi controllavano ormai le ferrovie, le miniere, gli apparati amministrativi e il commercio con l’estero.

Il suo atteggiamento non derivava da un’adesione al marxismo, ma dalla volontà di assicurare agli Stati Uniti un canale di interlocuzione con il nuovo potere. La Russia disponeva di immense risorse naturali, ma aveva bisogno di macchinari, tecnici, credito e tecnologia provenienti dall’America.

Il nuovo Stato sovietico poteva dunque essere considerato, nello stesso tempo, un avversario ideologico e un possibile interlocutore economico.

8. Il nodo di 120 Broadway

Una parte rilevante della rete finanziaria americana aveva il proprio centro nel numero 120 di Broadway, sede dell’Equitable Building di New York. Nello stesso edificio si trovavano gli uffici della Federal Reserve Bank di New York, dell’American International Corporation (AIC), della Guaranty Securities, della Stone & Webster, della General Electric e di numerose società legate ai maggiori gruppi industriali e bancari degli Stati Uniti. Vi aveva sede anche la Weinberg & Posner, della quale Ludwig Martens — destinato a diventare il rappresentante non ufficiale del governo sovietico negli Stati Uniti — era stato vicepresidente. La Guaranty Trust Company si trovava poco distante, al numero 140 della stessa strada.

L’importanza di quell’indirizzo non derivava dalla sola prossimità degli uffici, ma dall’intreccio fra amministratori, banche, imprese industriali e istituzioni pubbliche. L’American International Corporation, costituita nel novembre 1915 per promuovere gli investimenti e le attività economiche americane all’estero, nacque per iniziativa del gruppo Morgan, con la partecipazione della National City Bank, legata alla famiglia Stillman, e degli interessi Rockefeller.

Il suo consiglio di amministrazione riuniva ventidue esponenti di primo piano della finanza e dell’industria. Fra essi figuravano Percy A. Rockefeller; Pierre S. du Pont; Otto H. Kahn della Kuhn, Loeb & Co.; Frank A. Vanderlip e James A. Stillman della National City Bank; Charles A. Coffin della General Electric; Charles A. Stone ed Edwin S. Webster della Stone & Webster; J. Ogden Armour e John D. Ryan. (qui) e (qui)

L’intreccio fra questi gruppi non era soltanto nominale. Dieci dei ventidue amministratori erano legati alla National City Bank; i gruppi Morgan e Rockefeller disponevano di propri rappresentanti; la Stone & Webster ne esprimeva tre, mentre la Kuhn, Loeb & Co. e la famiglia Du Pont ne esprimevano uno ciascuno. Quattro amministratori della AIC — William L. Saunders, Charles A. Stone, Albert H. Wiggin e William Woodward — sedettero, nello stesso periodo o negli anni successivi, anche nel consiglio della Federal Reserve Bank di New York. Lo stesso Stone, presidente della AIC, entrò a far parte dell’organo direttivo della banca.

Il rilievo politico di questa concentrazione di uomini e interessi emerse con particolare evidenza dopo la Rivoluzione d’Ottobre. Il 16 gennaio 1918 William Franklin Sands, segretario esecutivo della AIC, inviò da 120 Broadway al segretario di Stato Robert Lansing, che glielo aveva richiesto, un memorandum sulla situazione russa e sulla linea da seguire nei confronti del nuovo governo.

La vicenda mostra che la AIC non era soltanto un’associazione di imprese interessate all’espansione commerciale. Il governo degli Stati Uniti si rivolgeva a uno dei principali organismi del grande capitale privato per ricevere valutazioni utili alla definizione della propria politica verso la Russia bolscevica. Più in generale, la corrispondenza ufficiale rivela che il Dipartimento di Stato considerava favorevolmente l’espansione internazionale delle imprese americane e intratteneva con la AIC rapporti di consultazione e collaborazione.

Al numero 120 di Broadway convergevano dunque il sistema della Federal Reserve, i gruppi Morgan e Rockefeller, la grande industria, il commercio internazionale e la politica estera. Non una misteriosa cabina di regia, della quale mancherebbero le prove, ma un centro di potere pienamente documentabile, nel quale gli stessi uomini occupavano incarichi in istituzioni diverse e potevano trasformare gli interessi economici privati in proposte, valutazioni e orientamenti politici riguardanti la Russia rivoluzionaria.

9. Il Soviet Bureau e gli affari con la Russia

Nel 1919 Ludwig Martens aprì a New York il Russian Soviet Government Bureau, ufficio di rappresentanza non ufficiale del governo bolscevico.

Gli Stati Uniti non avevano ancora riconosciuto diplomaticamente il nuovo regime, ma questo organismo ne esercitava di fatto le principali funzioni: curava i rapporti commerciali, ricercava forniture industriali, diffondeva materiale di propaganda e intesseva relazioni con il mondo economico americano.

La Russia usciva dalla guerra in condizioni disastrose e aveva urgente bisogno di locomotive, macchinari, medicinali, impianti industriali, tecnici qualificati e capitali. La nazionalizzazione aveva trasferito allo Stato il controllo delle imprese, ma non aveva creato le competenze, le risorse e le reti necessarie per rimettere in moto l’apparato produttivo.

Secondo rapporti dell’intelligence britannica richiamati da Sutton, la Guaranty Trust Company avrebbe fornito sostegno finanziario all’attività di Martens. Inserita nell’orbita del gruppo Morgan, la banca divenne uno dei principali canali attraverso i quali si svilupparono i rapporti economici fra la finanza americana e il nuovo Stato sovietico.

Il bolscevismo aveva eliminato milioni di proprietari privati e accentrato nelle mani dello Stato ogni leva economica. Per le grandi imprese occidentali non era più necessario trattare con una miriade di interlocutori: era sufficiente instaurare rapporti con gli organi statali che monopolizzavano il commercio estero.

10. Aschberg, Guaranty Trust e Ruskombank

Il rapporto fra la finanza occidentale e la Russia sovietica assunse una forma istituzionale con la nascita della Ruskombank, la banca commerciale creata per regolare gli scambi con l’estero.

Olof Aschberg entrò nei suoi organi direttivi, mentre Max May, vicepresidente della Guaranty Trust Company, fu posto a capo delle operazioni internazionali. La banca newyorkese divenne così il principale intermediario della Ruskombank negli Stati Uniti.

La continuità del percorso è evidente. Aschberg aveva già trattato prestiti destinati alla Russia zarista e, nel 1917, aveva operato attraverso la Nya Banken; pochi anni dopo dirigeva un istituto sovietico strettamente collegato a una delle maggiori banche americane.

Il governo che aveva nazionalizzato il sistema bancario affidava dunque una parte essenziale del proprio commercio internazionale alla competenza e alle relazioni di banchieri occidentali.

Lo Stato sovietico disponeva delle materie prime e ne controllava l’esportazione. Wall Street metteva a disposizione credito, tecnologia, reti commerciali e collegamenti con i mercati internazionali.

11. Finanziare i Rossi e i Bianchi

Gli stessi ambienti finanziari che avviavano rapporti con il governo sovietico sostennero, in alcuni casi, anche forze antibolsceviche.

La scelta non era necessariamente contraddittoria. Appoggiare schieramenti opposti consentiva di conservare relazioni e capacità d’influenza qualunque fosse l’esito della guerra civile.

L’interesse principale non coincideva sempre con la vittoria dei Rossi o dei Bianchi, ma con la sopravvivenza di un potere centrale abbastanza solido da garantire prestiti, concessioni, forniture e contratti.

Una Russia monarchica, militare o comunista avrebbe comunque offerto un interlocutore unico, posto al vertice dello Stato. Una Russia decentrata, fondata sulla diffusione della proprietà e sull’autonomia delle comunità locali, sarebbe stata invece più difficile da condizionare mediante accordi finanziari conclusi con il governo centrale.

Si comprende così la dedica del volume ai libertari russi e ai cosiddetti Verdi, formazioni contadine, autonomiste e anarchiche che, durante la guerra civile, combatterono tanto l’Armata Rossa quanto gli eserciti bianchi. Il loro obiettivo era sottrarre la Russia sia alla dittatura bolscevica sia alla restaurazione di un potere autoritario.

12. Jacob Schiff e l’antizarismo finanziario

Nel quadro tracciato dal volume compare anche Jacob H. Schiff, socio di primo piano della Kuhn, Loeb & Co. e avversario dichiarato dello zarismo.

Schiff si oppose alla concessione di prestiti internazionali all’Impero russo e sostenne finanziariamente il Giappone durante la guerra russo-giapponese del 1904-1905. I prestiti collocati dalla sua banca contribuirono a fornire a Tokyo le risorse necessarie per sostenere il conflitto e sconfiggere la Russia. Quella disfatta militare indebolì gravemente il regime zarista e contribuì a creare le condizioni che sfociarono nella Rivoluzione del 1905.

La sua azione mostra che l’opposizione allo zarismo non apparteneva soltanto ai movimenti rivoluzionari. Essa attraversava anche ambienti finanziari, diplomatici e politici, nei quali motivazioni morali, interessi economici e calcoli geopolitici potevano sovrapporsi.

Per la Germania, abbattere lo zarismo significava eliminare un avversario e vincere la guerra sul fronte orientale. Per i rivoluzionari significava conquistare lo Stato. Per alcuni settori della finanza internazionale significava indebolire una grande potenza ancora relativamente chiusa ai capitali stranieri e preparare il suo futuro inserimento nei circuiti economici occidentali.

13. Baku e la posta economica

La Russia disponeva di immense risorse naturali e controllava il bacino petrolifero di Baku, nel Caucaso meridionale, nell’odierno Azerbaigian. Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, Baku fu uno dei maggiori distretti petroliferi del mondo: nel 1901 i giacimenti della regione fornivano quasi la metà della produzione mondiale. Negli anni successivi tale quota diminuì, soprattutto per il rapido sviluppo dell’industria petrolifera statunitense e per l’ingresso di nuovi paesi produttori, ma il bacino conservò un’importanza economica e strategica di primissimo piano.

Nel Caucaso operavano la società dei fratelli Nobel, le imprese riconducibili alla famiglia Rothschild e numerose compagnie straniere. La Standard Oil considerava il petrolio russo uno dei suoi maggiori concorrenti sui mercati internazionali, mentre la Gran Bretagna guardava al Caucaso nel quadro più ampio della difesa dei propri interessi in Persia, nel Medio Oriente e lungo le vie imperiali dirette verso l’India.

Il petrolio alimentava le industrie, le ferrovie e le flotte mercantili e militari; inoltre, assumeva un’importanza crescente per la meccanizzazione degli eserciti. Il destino politico della Russia riguardava dunque anche il controllo dei giacimenti caucasici, delle materie prime e delle principali vie di comunicazione dell’Eurasia.

Le nazionalizzazioni disposte dal governo bolscevico sottrassero inizialmente alle società straniere la proprietà dei giacimenti e degli impianti. Il crollo della produzione e la disorganizzazione dell’economia costrinsero tuttavia il nuovo Stato sovietico a rivolgersi nuovamente all’Occidente per procurarsi tecnici, macchinari, impianti industriali e, in alcune fasi, anche capitali.

Il capitale straniero perdeva così il possesso diretto delle risorse, ma poteva tornare nel paese sotto una forma diversa: non più come proprietario dei giacimenti, bensì come finanziatore, fornitore di tecnologia e competenze tecniche, nonché come costruttore degli impianti necessari all’estrazione e alla lavorazione del petrolio.

14. Una rete oligarchica, non etnica

Il volume respinge esplicitamente ogni interpretazione etnica della Rivoluzione bolscevica.

Nelle reti politiche, bancarie e industriali ricostruite compaiono uomini di diversa origine nazionale e religiosa: Morgan, Rockefeller, Thompson, Robins, Aschberg, Schiff, Crane, Sands e molti altri. A unirli non era l’appartenenza a un popolo o a una confessione, ma la posizione occupata nei grandi apparati finanziari, industriali e governativi.

Attribuire a un’intera comunità le responsabilità di singoli banchieri, dirigenti o gruppi societari significa sostituire l’analisi storica con una generalizzazione ideologica. I protagonisti devono essere individuati attraverso i loro nomi, gli incarichi ricoperti, le banche e le imprese rappresentate, i documenti prodotti e le decisioni assunte.

La rete descritta aveva dunque carattere oligarchico e transnazionale. La sua coesione non derivava dall’origine etnica, ma dalla comunanza degli interessi, dalla concentrazione della ricchezza e dalla possibilità di accedere ai centri nei quali si decidevano il credito, gli investimenti e la politica internazionale.

Conclusione

La Rivoluzione bolscevica nacque da una crisi profonda e autentica della società russa, ma la conquista del potere da parte di Lenin e Trotsky fu agevolata da una rete internazionale di appoggi politici, protezioni diplomatiche, canali finanziari e interessi economici convergenti.

La Germania favorì il ritorno di Lenin e sostenne la destabilizzazione dell’Impero russo per porre fine alla guerra sul fronte orientale. Trotsky partì da New York, fu fermato dalle autorità britanniche in Canada e poté infine proseguire il viaggio verso la Russia. I paesi scandinavi offrirono importanti vie di transito e intermediazione, attraverso le quali passarono uomini, informazioni e denaro. William Boyce Thompson mise un milione di dollari a disposizione della propaganda bolscevica nei paesi nemici dell’Intesa. Raymond Robins avviò rapporti diretti con il nuovo governo. Guaranty Trust, Olof Aschberg e la Ruskombank trasformarono poi una parte di quei contatti politici in rapporti bancari e commerciali.

Una componente essenziale di questa rete faceva capo al numero 120 di Broadway. Nello stesso edificio o nel suo immediato ambiente operavano la Federal Reserve Bank di New York, l’American International Corporation, Guaranty Securities e numerose imprese legate alla National City Bank e ai gruppi Morgan, Rockefeller, Du Pont, Kuhn, Loeb & Co., General Electric e Stone & Webster. Non si trattava soltanto di una concentrazione di uffici, ma di una sovrapposizione di amministratori, interessi societari, organismi finanziari e centri capaci di esercitare un’influenza sulla politica estera degli Stati Uniti.

In questo sistema occupavano posizioni di rilievo anche alcuni banchieri e uomini d’affari ebrei. Jacob Schiff, figura dominante della Kuhn, Loeb & Co., fu uno dei più tenaci avversari finanziari dello zarismo e contribuì al collocamento dei prestiti concessi al Giappone durante la guerra russo-giapponese. Otto Kahn rappresentava la stessa banca nel consiglio dell’American International Corporation. Paul Warburg, già socio della Kuhn, Loeb, ebbe un ruolo importante nella formazione del sistema della Federal Reserve, mentre suo fratello Max occupava una posizione eminente nella finanza tedesca. Le imprese riconducibili ai Rothschild erano da tempo presenti nel settore petrolifero russo; Olof Aschberg divenne invece uno dei maggiori intermediari fra i mercati occidentali e il nuovo Stato sovietico.

Questi elementi non consentono di attribuire a un popolo o a una confessione religiosa la responsabilità della Rivoluzione. Permettono però di riconoscere il ruolo svolto da persone, famiglie bancarie e istituzioni finanziarie ben determinate, alcune delle quali appartenevano all’alta borghesia ebraica europea e americana. Esse agirono accanto a gruppi di diversa origine, fra cui Morgan, Rockefeller, Thompson, Vanderlip, Du Pont e Stillman. La categoria storicamente pertinente non è dunque quella etnica, ma quella di un’oligarchia finanziaria transnazionale, composta da soggetti differenti per religione e nazionalità, ma accomunati dalla disponibilità di capitali, relazioni diplomatiche e accesso ai centri decisionali.

Autori della letteratura controstorica, fra i quali Gary Allen ed Eustace Mullins, hanno spinto questa interpretazione molto oltre i limiti documentari mantenuti da Sutton. Nelle loro opere il bolscevismo appare non soltanto come il risultato della strategia tedesca e dell’iniziativa rivoluzionaria, ma come l’esito di una più vasta collaborazione fra grandi dinastie finanziarie: Rockefeller e Morgan negli Stati Uniti; Schiff e Warburg nei circuiti della Kuhn, Loeb; i Rothschild nell’economia europea. Secondo questa lettura, Trotsky non sarebbe stato semplicemente un esule russo temporaneamente stabilitosi negli Stati Uniti, ma un dirigente favorito da ambienti che vedevano nella rivoluzione lo strumento per sostituire il vecchio Impero con uno Stato più accentrato e più facilmente avvicinabile attraverso pochi interlocutori.

Non era necessario che tutti i protagonisti partecipassero a un’unica direzione occulta o conoscessero un progetto complessivo. Gli scopi erano diversi e, in alcuni casi, persino contrastanti. Schiff combatteva lo zarismo anche a causa delle persecuzioni subite dagli ebrei dell’Impero; la Germania voleva eliminare un avversario militare; i bolscevichi miravano alla conquista dello Stato; i grandi gruppi bancari e industriali guardavano alle risorse naturali, alle concessioni e alle possibilità offerte dal futuro mercato russo. Proprio la diversità delle motivazioni rende tuttavia significativa la convergenza degli effetti.

Il punto d’incontro era l’accentramento del potere.

I bolscevichi distrussero la proprietà diffusa, eliminarono il piccolo imprenditore e soppressero la pluralità economica. Al loro posto sorse uno Stato che possedeva le banche, le miniere, le ferrovie, le industrie e il commercio con l’estero, ma che non disponeva dei capitali, delle competenze tecniche e degli impianti necessari per svilupparli autonomamente. La Russia divenne quindi più chiusa sul piano politico e, nello stesso tempo, più dipendente dall’Occidente sul piano economico e tecnologico.

Il capitalismo monopolistico e il comunismo sovietico rimanevano incompatibili nelle loro proclamazioni ideologiche, ma potevano trovare un terreno di collaborazione nella comune tendenza alla concentrazione. Il bolscevismo dichiarò guerra alla proprietà privata e al libero mercato, non alle grandi banche con le quali poteva concludere accordi. Espropriò milioni di proprietari russi, ma chiamò imprese occidentali a ricostruire miniere, centrali, ferrovie e industrie. Abolì il mercato interno, ma continuò a cercare credito, macchinari e tecnologia sui mercati internazionali.

Il popolo russo pagò con la fame, la repressione e il sangue. I rivoluzionari conquistarono lo Stato. La Germania aprì il corridoio politico e militare. Determinati interessi finanziari americani ed europei — Morgan, Rockefeller, Schiff, Warburg, Kuhn, Loeb, Aschberg e altri — misero in circolazione denaro, relazioni, protezioni e strumenti economici, ciascuno perseguendo i propri fini.

La storia ufficiale vide soprattutto le bandiere rosse nelle piazze e i proclami dei rivoluzionari. La controstoria segue anche i passaporti, i telegrammi diplomatici, i trasferimenti di denaro, le banche, i consigli d’amministrazione e le famiglie finanziarie che, mentre capitalismo e comunismo si presentavano come nemici inconciliabili, avevano già cominciato a riconoscere nella Russia accentrata un possibile terreno d’intesa.

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