Ceuta, l’ombra del Mossad sulla crisi migratoria
Un’analisi attribuita agli apparati strategici di Pechino indica una convergenza tra intelligence israeliana e marocchina per colpire il governo spagnolo, schierato con la Palestina. Madrid conferma che Rabat lasciò passare e sfruttò politicamente il flusso, mentre i media statali cinesi ricostruiscono gli interessi di Israele nello Stretto di Gibilterra.
La crisi migratoria di Ceuta assume i contorni di una possibile operazione di destabilizzazione. In una settimana circa 72 mila persone hanno raggiunto l’enclave spagnola dal Marocco; quasi 50 mila sono entrate nelle prime ventiquattro ore, mentre il bilancio ha superato le settanta vittime. Una mobilitazione eccezionale per velocità e dimensioni, difficilmente spiegabile soltanto con la circolazione spontanea di messaggi ingannevoli sui social network. Secondo Reuters, circa 70 mila migranti sono successivamente rientrati in territorio marocchino.
Una lettura più ampia arriva dagli ambienti strategici cinesi. In un’analisi pubblicata il 2 agosto dalla politologa egiziana Nadia Helmy, specialista di politica cinese e relazioni sino-israeliane, il Mossad viene indicato come possibile regista o moltiplicatore della crisi. Helmy attribuisce tale valutazione a circoli militari, centri strategici e apparati d’intelligence collegati al Nono Ufficio del Ministero cinese della Sicurezza dello Stato.
Secondo questa ricostruzione, l’obiettivo sarebbe utilizzare la frontiera marocchina come leva contro il governo socialista di Pedro Sánchez, divenuto uno dei principali oppositori europei della politica israeliana a Gaza. Madrid ha riconosciuto ufficialmente lo Stato palestinese il 28 maggio 2024, ha sostenuto iniziative internazionali contro Israele e ha progressivamente ridotto la cooperazione militare con Tel Aviv.
L’analisi collega l’operazione anche alla tutela degli interessi cinesi nel Mediterraneo occidentale. Lo Stretto di Gibilterra rappresenta uno dei passaggi decisivi delle rotte commerciali tra Asia, Africa ed Europa; una destabilizzazione prolungata di Ceuta e Melilla inciderebbe quindi sulla sicurezza logistica della Belt and Road Initiative e sugli investimenti di Pechino nel Nord Africa.
La pista israeliana non è rimasta confinata a un’analisi accademica. Il 2 agosto CRI International Online, piattaforma appartenente al China Media Group, ha pubblicato un approfondimento dal titolo “Chi ha pianificato la crisi dell’immigrazione illegale nell’enclave spagnola?”, riportando i sospetti secondo cui Israele avrebbe favorito la pressione migratoria per vendicarsi dell’appoggio spagnolo alla Palestina.
Il servizio cinese ricorda le dichiarazioni dell’ambasciatore israeliano alle Nazioni Unite Danny Danon, che durante l’emergenza ha accusato Madrid di conservare “enclavi coloniali” in Africa. Il ministro spagnolo dei Trasporti Óscar Puente ha replicato con una frase allusiva: “Ora tutto è diventato chiaro”. Per gli analisti citati da Pechino, la tempistica dell’intervento israeliano rappresenterebbe un indizio politico, benché non costituisca da sola una prova operativa.
Nella ricostruzione cinese assumono rilievo anche le precedenti prese di posizione favorevoli alle rivendicazioni marocchine. Nel marzo 2026 l’ex funzionario del Pentagono Michael Rubin aveva invitato i marocchini a mobilitarsi verso Ceuta e Melilla. Il mese successivo Amin Ayoub, ricercatore del Middle East Forum, aveva proposto che Israele aiutasse Rabat a “recuperare” le due città, definendo il sostegno al Marocco un investimento strategico per il controllo dello Stretto di Gibilterra.
Il retroterra operativo è costituito dalla cooperazione militare tra Israele e Marocco, formalizzata dopo gli Accordi di Abramo il cui principale architetto è stato Jared Kushner, genero di D. Trump. Nel novembre 2021 i due Paesi hanno sottoscritto un memorandum che istituzionalizza i rapporti nella difesa e apre alla collaborazione nei settori dell’intelligence, degli armamenti e dell’industria militare.
A rafforzare i sospetti interviene la valutazione dei servizi segreti spagnoli. Secondo quanto riportato da El País, Rabat non avrebbe necessariamente pianificato l’esodo iniziale, innescato anche da false informazioni su una sentenza del Tribunale supremo spagnolo. Le autorità marocchine avrebbero però allentato deliberatamente la sorveglianza, consentito il passaggio e successivamente utilizzato la crisi per rilanciare la propria rivendicazione su Ceuta e Melilla.
Il quadro presenta dunque tre livelli distinti ma convergenti.
È accertata l’apertura della frontiera marocchina; è documentato lo sfruttamento politico dell’emergenza da parte di Rabat; è sostenuto da analisti cinesi e rilanciato dai media statali di Pechino il coinvolgimento del Mossad.
L’attenzione cinese si concentra anche sul nuovo direttore del Mossad, Roman Gofman, entrato in carica nel giugno 2026. Generale proveniente dalle forze armate e vicino a Benjamin Netanyahu, Gofman presenta un profilo maggiormente militare e operativo rispetto ai suoi predecessori. La sua nomina viene interpretata nell’analisi di Helmy come il segnale di un Mossad più orientato alle operazioni sul campo e all’impiego offensivo delle crisi regionali.
La vicenda di Ceuta non appare pertanto come una semplice emergenza migratoria.
Migliaia di persone vulnerabili sono state trasformate in uno strumento di pressione capace di colpire Madrid, riaprire la contesa territoriale marocchina e aggravare le divisioni europee. Dietro vi sarebbe la responsabilità diretta del Mossad, ma anche la convergenza degli interessi, la cooperazione tra Israele e Marocco e la condotta deliberata di Rabat costituiscono gli elementi sui quali Pechino fonda la propria accusa.
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